Mercato digitale italiano, la ripresa dalla crisi economica passa da qui

0 Commenti Pubblicato il 19 ottobre 2017in Ultime Notizie

Secondo i dati del rapporto “Il digitale in Italia 2017” di Assinform, la crescita del mercato digitale italiano è evidente e potrebbe gettare le basi per la fine della crisi dell’intero Paese

Il mercato digitale italiano come strumento per uscire dalla crisi economica? Il rapporto “Il digitale in Italia 2017” pubblicato da Assinform, dice di sì. Il documento, condotto in collaborazione con NetConsulting cube e Nextvalue, evidenzia infatti una crescita del 2,8% del mercato digitale italiano rispetto al 2016, e previsioni in netto rialzo per il triennio in corso: +2,3% nel 2017, +2,6% nel 2018, +2,9 nel 2019. La rivoluzione digitale, insomma, anche in Italia sembra essere finalmente iniziata. Ora però va coltivata con cura. Secondo il rapporto Assinform, nel 2016 il mercato digitale italiano è cresciuto dell’1,8%, raggiungendo i 66.100 milioni di euro.

E i tassi di crescita medi annui, stimati nei prossimi quattro anni, sono del 4,4% all’anno nell’industria, del 4% nel comparto bancario e del 4,5% nel settore delle Utility. Dinamiche incoraggianti, che però non devono far dimenticare le criticità. Tra queste, il passo della ripresa che non basta ancora a colmare il ritardo accumulato negli anni, e il gap degli specialisti digitali. La buona salute del mercato digitale italiano di oggi, però, fa ben sperare. Ed è proprio con la tecnologia a fare da traino, che il nostro Paese potrebbe rialzarsi dalla profonda crisi da cui è stato inghiottito da ormai quasi dieci anni. Si tratterà di un’uscita dal tunnel graduale e che si concretizzerà solo se verranno fatti i prossimi passi nel modo giusto. Ma i dati sembrano confermare questa tendenza, che vede l’hi-tech come perno per il futuro. A luglio, ad esempio, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha riconosciuto che la ripresa dell’economia italiana è stata più elevata delle attese, e ha rialzato le stime per il 2017 (+1,3%) e 2018 (+1%), anche per gli investimenti fatti registrare in certi comparti come quello del digitale. Non solo. L’ISTAT ha confermato ad agosto il trend di crescita, evidenziando come il PIL per il 2017 potrebbe toccare la quota percentuale dell’1,3%, due decimali in più rispetto alla stima del Def di aprile. Una statistica importante, che si lega alla crescita del mercato occupazionale: rispetto al primo trimestre del 2017, infatti, tra aprile e giugno c’è stata una variazione positiva del +0,3%.

Che il mercato digitale italiano goda di buona salute, invece, lo confermano i dati relativi alla crescita vissuta dal mercato dell’e-commerce, dagli investimenti nella digitalizzazione dei servizi di aziende ed istituzioni e dallo svilupparsi dei dispositivi Internet of Things. E il fatto che il concetto di sharing economy, legato a doppio filo all’Internet delle cose, stia cambiando la qualità della vita dei singoli utenti, è l’ultima – ed ennesima – prova di un processo in corso importante, che vede il mercato digitale al centro del futuro e, forse, della ripresa economica dell’intero Paese dalla crisi.

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Digital, aziende e università unite nel futuro: l’intervista a Simone Bonannini

0 Commenti Pubblicato il 16 ottobre 2017in L'angolo dell'Esperto

 

Il Sole 24 Ore ha interpellato Simone Bonannini, Vice President Southern Europe e delle aree Cee e Mea di Interoute, sul rapporto tra aziende e università nell’IT, per gli investimenti del domani

Per innescare la rivoluzione digitale, serve un ponte tra aziende e università. E in questo contesto, formazione e specializzazione costituiscono le due chiavi di volta attraverso cui pensare gli investimenti nel futuro. Quando si parla di valorizzazione delle tecnologie, il rapporto tra aziende e ambienti accademici rimane uno dei temi più attuali. Per innovare serve infatti che i profili del domani siano preparati fin da oggi per le sfide che dovranno affrontare: solo così il mercato del lavoro potrà usufruire positivamente dell’avvento delle nuove tecnologie, sfruttando le eccellenze del nostro Paese. Secondo l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, il saldo delle posizioni informatiche dell’ultimo quadriennio è in positivo (+68mila unità).

E in questa cornice di crescita, è in rialzo anche la domanda di posizioni lavorative innovative. Secondo Simone Bonnanini, Vice President Southern Europe, Cee e Mea di Interoute, intervistato da Il Sole 24 ore proprio su questi temi, la distanza tra Italia e altri Paesi d’Europa, in termini di competenze, c’è ma non è abissale: “Spesso anzi troviamo anche eccellenze migliori, che lavorano su tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale”, ha spiegato Bonannini. Evidenziando che il gap, in passato, tra il nostro Paese e gli altri stati europei sia stato per lo più legato alle difficoltà rappresentate dal rapporto con la lingua inglese: “Oggi però i nostri nativi digitali sono preparati e la differenza è meno marcata”, ha sottolineato Bonannini. Ammettendo però che “è vero che nelle grandi aziende, che dovrebbero essere i soggetti abilitanti all’innovazione, spesso ci sono ancora figure dominanti ‘anziane’, legate a vecchi modelli”.

Anche per questo, per affrontare la rivoluzione digitale, serve che si investa su due aspetti. Il primo, rafforzare il rapporto tra aziende e università per “definire le corrette indicazioni sulle professionalità che servono”. Un circolo virtuoso che dovrà essere innescato “in materie di competenze, anche con il supporto del governo”. Un fronte, questo sì, su cui “l’Italia ha un gap vero con il resto d’Europa” e nel quale si dovrà intervenire rafforzando la figura dei responsabili delle risorse umane: “Devono fare più i manager e meno i ‘ragionieri’, guardando ai prossimi cinque anni e non solo al bilancio di fine anno”, ha precisato Bonannini.

Non solo rapporto tra aziende e università però. Un altro fattore importante è legato alla complessità del CIO: “Un ruolo molto diverso, perché ieri si occupava di tutto a 360 gradi, mentre oggi deve analizzare l’offerta e scegliere la soluzione più idonea: oggi è muratore e architetto dell’azienda, non più solo muratore”. E per Bonannini, in questo contesto, il Piano Industry 4.0 promosso del governo può essere uno stimolo importante. Il salto culturale per il cambiamento, quindi, passa sì dal ruolo tra aziende e università, ma anche “dalla volontà di innovare e superare vecchi schemi”.

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SD-WAN e-book Interoute, a supporto delle aziende nell’ottimizzazione delle reti

0 Commenti Pubblicato il 12 ottobre 2017in Ultime Notizie

Innovare il sistema di rete, per un’impresa, è oggi una sfida irrinunciabile: l’SD-WAN e-book Interoute si pone l’obiettivo di guidare le aziende nel processo di cambiamento

Un SD-WAN e-book Interoute, per capire al meglio come funziona l’ottimizzazione delle reti nel mercato di oggi. Investire sull’implementazione delle tecnologie SD-WAN, infatti, è diventato per le imprese una scelta irrinunciabile. Secondo Gartner, nel 2020, più del 50% delle infrastrutture di rete saranno basate su questa tecnologia, a discapito dei router tradizionali. E nonostante fino a poco tempo fa le reti a supporto delle funzioni aziendali fossero separate da internet, la situazione sta cambiando già da oggi molto velocemente. Al rinnovarsi del contesto, deve corrispondere una risposta rapida. Aumentando i servizi aziendali accessibili attraverso la rete, infatti, si rende necessario un cambio di rotta immediato nell’ottimizzazione delle reti stesse, con l’obiettivo di sostenere il traffico dati sufficiente a garantire quei servizi.

Una sfida difficile da affrontare, ma resa sostenibile dall’innovazione. Sono sei, spiega Mike Rivers, Director of Hosting Solutions di Interoute, le sfide nella sfida a supporto delle aziende. “Il cliente ha bisogno innanzitutto di usufruire di entrambe le reti IT, sia quella vecchia che quella nuova; inoltre, la rete privata dell’azienda deve rappresentare una base necessaria per sostenere la strategia nel mercato cloud”, precisa Mike Rivers. Che evidenzia come la terza priorità sia quella invece di trovare un equilibrio “tra larghezza della banda e abbattimento dei costi”. Mentre la quarta necessità è rappresentata dal fattore sicurezza: “Il cliente ci chiede che le reti siano affidabili e conformi al mercato cloud di oggi”. Non solo. Per Mike Rivers, le aziende hanno bisogno che si faccia “rete con la rete, per integrare e connettere i vari uffici, geograficamente lontani”. Senza dimenticare la sesta priorità, la semplificazione: “La richiesta è quella di semplificare e supportare la crescita, altrimenti disordinata, del numero di sedi a disposizione”.

La nuova offerta SD-WAN di Interoute va del resto proprio in questa direzione: aiuta a rendere le reti aziendali più semplici da configurare e controllare, nel reparto IT. E l’SD-WAN e-book Interoute si pone l’obiettivo di spiegare nel dettaglio che cosa tutto questo significhi nel concreto: spiega come affrontare il processo di ottimizzazione delle reti, descrive le sfide e le opportunità, si focalizza sui rischi del processo di innovazione, ed esplicita il modo per evitarli.

Una guida utile per orientarsi nella sfida tecnologica delle reti, dell’oggi e del domani. Per scaricare l’SD-WAN e-book Interoute, potete trovare tutte le informazioni qui.

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Agricoltura 4.0, ai cambiamenti del mercato si risponde con l’innovazione

0 Commenti Pubblicato il 9 ottobre 2017in Ultime Notizie

Emilia e Trento sono due dei poli in cui lo sviluppo del comparto IT e la predisposizione agli investimenti digitali nell’Agricoltura 4.0, fanno ben sperare per il futuro

Ai cambiamenti di un mercato tradizionale come quello agricolo, l’Agricoltura 4.0 rappresenta la risposta del futuro. A dimostrarlo, i dati raccolti da studi di ricerca, università, osservatori. A comprovarlo, anche i risultati della cosiddetta Scienza delle reti. Una metodica di analisi dei sistemi che permette di studiare le relazioni tra i soggetti di un sistema. E che per quanto riguarda, in particolare, il comparto agroalimentare sta dimostrando sempre di più di saper identificare criticità e rapporti di forza, influenze reciproche e prospettive.

 

L’Agricoltura 4.0, nonostante sia aumentata la consapevolezza della sua importanza, arranca ancora. Il settore IT relativo al comparto agricolo, che comprende diverse tecnologie digitali, è tra i meno considerati dalle imprese startup. L’ultimo censimento Istat, risalente al 2010, presentava una situazione allarmante in Italia: solo il 4% delle aziende agricole era informatizzata. E nonostante i dati siano vecchi, un rapporto più recente sul vitivinicolo ha dimostrato che il 77% delle aziende dichiara di non aver investito più di 5mila euro nel settore ICT negli ultimi anni. Troppo poco, per sviluppare i sistemi di Internet of farming e Agricoltura di precisione.

I risultati di chi ha deciso di innovarsi, però, sono positivi. E fanno ben sperare. In Emilia ad esempio, a maggio, l’Osservatorio Smart AgriFood ha portato le felici esperienze di due aziende: Tenuta Santa Scolastica e Porto Gelloni. La prima, impresa vinicola a Reggio Emilia, è riuscita a ridurre l’uso di pesticidi grazie a un sistema avanzato di monitoraggio del vigneto. La seconda, invece, in provincia di Ferrara, ha utilizzato i metodi innovativi dell’agricoltura di precisione, ottenendo una resa annuale superiore di quasi il 30% rispetto alla media provinciale, negli ultimi vent’anni.

Non solo Emilia. Per costruire il domani, infatti, bisogna coltivare le buone pratiche digitali tra i giovani di oggi. Ed è proprio con questa vision che da Trento, lo scorso settembre, 18 studenti impegnati nell’11esima edizione della Web valley hanno realizzato un progetto interessante. I ragazzi, infatti, tra i 17 e i 18 anni d’età, hanno messo a punto un drone capace di muoversi in maniera autonoma tra i filari di meli, cultivar tipica dell’agricoltura trentina, e di identificare ognuno dei frutti, inviando i dati in tempo reale a un server pronto ad analizzarli.

L’Agricoltura 4.0 è quindi il futuro dell’intero settore. Ed è ancora da Trento che arrivano stimoli importanti. Grazie al progetto “Eye scab”, infatti, finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Horizon2020 e messo a punto da Metacortex, in collaborazione con Università di Trento, è stato realizzato un drone salva-frutta. Un progetto che prevede l’uso di oggetti volanti a pilotaggio remoto per monitorare le piantagioni di mele trentine e prevenire la comparsa di funghi. Un metodo innovativo, che pone l’Agricoltura 4.0 al centro degli investimenti del domani, mostrando la sua utilità già da oggi.

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Smart Road, la mobilità sostenibile del futuro è tra le priorità di oggi

0 Commenti Pubblicato il 5 ottobre 2017in Ultime Notizie

La digitalizzazione nei servizi di mobilità si trova ai primi posti delle esigenze di persone e governi e la tecnologia può essere impiegata nelle Smart Road, in tutte le fasi di vita di un’infrastruttura 

Trasporti e connettività, oggi, percorrono la stessa via: quella delle smart road. Essere connessi, oggi, è infatti un’esigenza basilare di chi vive nelle piccole e grandi città, specie negli spostamenti da un punto a un altro del medesimo contesto urbano. E nel mondo in cui lo sviluppo delle smart city è entrato nell’agenda politica delle grandi metropoli di tutto il mondo, la necessità di garantire una mobilità che sia smart e sostenibile è diventata un obiettivo imprescindibile per governi e imprese.

Già lo scorso anno, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti era stato chiaro: innovare la rete stradale del Paese e investire sulle smart road sarà fondamentale per il futuro del Paese. La tecnologia, infatti, può essere utilmente impiegata in tutte le fasi di vita dell’infrastruttura e dell’esperienza di guida: dai sistemi di info-mobilità ai sensori e sistemi di rilievo dello stato delle infrastrutture (ponti, viadotti e gallerie), fino alle tecnologie di connessione veicolo-infrastruttura in vista della guida automatica. I nuovi strumenti digitali permettono inoltre di migliorare l’analisi dei fabbisogni e la valutazione delle opere, e rendono più efficaci la pianificazione e la programmazione degli interventi di manutenzione. Non solo, rappresentano anche il mezzo attraverso cui migliorare e semplificare lo stile di vita dei singoli cittadini.

Una recente ricerca commissionata da Uber ha dimostrato, ad esempio, come la digitalizzazione dei servizi di mobilità e l’utilizzo di un’alternativa smart per i propri spostamenti sia prediletta da più di due terzi dei cittadini europei. La strada da fare, però, è ancora tanta, specialmente in Italia, dove l’automobile è ancora considerata una priorità. I progressi, però, iniziano a vedersi, così come si inizia a realizzare che la consapevolezza strategica degli investimenti europei sia incanalata sempre più nel contesto delle smart road.

È recente, ad esempio, la notizia del finanziamento dell’Unione Europea, tramite l’agenzia per l’innovazione e le reti INEA, di “Inclusion”. Un progetto, dalla durata triennale, che ammonterà a circa 2,9 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon 2020 e che coinvolgerà i partner di 7 paesi europei, tra cui università e centri di ricerca, industrie e società di consulenza. “Inclusion” permetterà di studiare e sviluppare soluzioni innovative, per migliorare l’accessibilità e l’inclusività del trasporto, considerate ormai vere e proprie priorità dell’agenda politica dell’Unione Europea.

Un orizzonte che coinvolge le smart road urbane, ma non solo. Perché rimanere connessi è oramai diventata una priorità anche in volo. Lo sanno bene in questo contesto Norwegian Air ed Emirates, le prime compagnie aeree che hanno deciso di offrire una connessione gratuita – seppur limitata a 10 megabyte – per i loro passeggeri. Un ulteriore dato significativo di quanto mobilità sostenibile e connettività siano ormai due volti di una stessa moneta.

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Digitale e giovani, anche in Italia l’occupazione del domani passa dalla formazione IT di oggi

0 Commenti Pubblicato il 2 ottobre 2017in Ultime Notizie

Il messaggio, lanciato anche dall’Open Day “200mila posti di lavoro nel digitale entro il 2020”, è chiaro: le aziende e le istituzioni devono porre il connubio tra digitale e giovani tra le priorità della loro agenda

Digitale e giovani, oggi, rappresentano il termometro per capire lo sviluppo occupazionale del domani. Anche in Italia, e soprattutto al sud. In un periodo in cui la digitalizzazione dei servizi è entrata, dopo tanto peregrinare, nell’agenda politica del Paese, a confermare questo binomio è il messaggio lanciato dall’Open Day “200mila posti di lavoro nel digitale entro il 2020: skill, competenze, opportunità”. Un’iniziativa organizzata in agosto a Cetraro, in Calabria, dall’associazione Italian Digital Revolution. Un incontro nel quale si è fatto il punto sull’attuazione dell’Agenda digitale e del piano Industry 4.0, e durante il quale si è tracciato un bilancio della situazione di oggi, con uno sguardo deciso al rapporto futuro tra digitale e giovani.

Agricoltura 4.0 e start-up, IT e investimenti: la generazione dei nativi digitali deve essere sempre più al centro del processo di sviluppo per aziende e imprenditori. E con lo svilupparsi dell’economia digitale, sta già aumentando la ricerca di profili che sappiano coniugare competenze specifiche da una parte e attitudine tecnologica dall’altra. Il problema di oggi però è legato alla necessità di investire sulla formazione. Sono ancora pochi, ad esempio, i laureati nelle discipline scientifiche (14 su 100 in Italia, in Europa la media è di 19 ogni 100): “Oggi in Italia oltre il 25% delle posizioni attualmente aperte resta vacante e, contestualmente, il numero di iscritti alle facoltà di Informatica e Ingegneria Informatica non sta aumentando proporzionalmente la domanda – ha spiegato nell’Open Day Mauro Nicastri, responsabile competenze digitali dell’Agenzia per l’Italia Digitale. È evidente che l’unica strada per colmare questo gap è quella della formazione e dell’aggiornamento per le professioni già attive”.

In questo contesto, due messaggi positivi sono arrivati. Da una parte, il protocollo d’intesa firmato da Google e il Ministero dell’Istruzione a fine luglio con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo delle competenze digitali, mettendo a disposizione delle istituzioni scolastiche, a titolo gratuito, percorsi e materiali innovativi per l’educazione tecnologica dei più giovani. Dall’altra, il documento sottoscritto tra Università Unitelma e Università La Sapienza e un accordo di collaborazione con GI Group, con l’obiettivo di avviare al lavoro oltre 800 giovani, attraverso percorsi di formazione pensati sulle esigenze della Pubblica Amministrazione.

Ma tutto questo, ancora, non basta. Digitale e giovani devono diventare una priorità dell’agenda occupazionale del Paese e la necessità di investire sulla generazione dei nativi digitali appare ormai irrinunciabile. Il divario tra Italia e resto del mondo appare ancora troppo ampio e lo sforzo dovrà essere duplice. Da una parte i giovani devono capire l’importanza dell’universo IT nel mercato del lavoro del presente e del futuro, e investire parte della propria formazione nel digitale. Ma dall’altra devono essere le imprese stesse a impostare la loro strategia occupazionale sui nativi digitali.

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Hybrid Integration Platform, il futuro digitale delle aziende passa da qui

0 Commenti Pubblicato il 28 settembre 2017in Ultime Notizie

Conosciuto con l’acronimo HIP, per Hybrid Integration Platform si intende un sistema integrato di tre elementi diversi, con l’obiettivo di fornire alle imprese gli strumenti per vincere la sfida dell’innovazione

In un mercato in continua evoluzione e con la sfida della digitalizzazione dei servizi nel pieno del suo svolgimento, per rendere possibile l’integrazione delle piattaforme digitali occorre che la risposta passi attraverso l’uso dell’Hybrid Integration Platform. O almeno sembra essere questa la tendenza per la crescita digitale delle aziende del domani. Conosciuto anche con l’acronimo HIP, per Hybrid Integration Platform si intende un sistema integrato capace di combinare tre diversi elementi: le piattaforme di integrazione di dati e applicazioni on premise, le piattaforme iPaaS e iSaaS, e le piattaforme di API management.

In questo contesto, il mercato delle piattaforme di integrazione sta crescendo a ritmi sorprendenti e il suo raggio d’azione assumerà un perimetro sempre più ampio, in un arco temporale sempre più ristretto. La combinazione delle tre diverse soluzioni, da far confluire all’interno del pacchetto HIP, rappresenta quindi un punto di riferimento imprescindibile per le strategie digitali delle imprese. E l’obiettivo è quello di permettere alle aziende di usufruire di un sistema di servizi integrato, per rispondere presente alla sfida dell’innovazione.

Operare all’interno del business digitale non è semplice. E per un’impresa, riuscire a far comunicare in modo integrato e in sicurezza i singoli ambienti digitali, rappresenta una priorità. I fattori in gioco sono molti e con l’allargarsi del mercato ogni realtà aziendale deve dimostrarsi capace di scegliere come impostare la propria strategia in tema di innovazione. In questo scenario, l’Hybrid Integration Platform appare lo strumento più adatto per il futuro, perché sfrutta la versatilità di sviluppo dei singoli elementi che la compongono. Da un lato le classiche suite on premise che continuano i loro aggiornamenti e si arricchiscono di funzionalità. Dall’altro le piattaforme iPaaS che favoriscono l’integrazione in cloud, mentre quelle iSaaS che nascono e crescono per garantire un’integrazione che sia alla portata delle persone e della cosiddetta “citizen integration”. Mentre, in terzo luogo, c’è la crescita delle piattaforme API Management, che permettono oggi di gestire al meglio le interconnessioni verso clienti ed ecosistemi di aziende partner, garantendo l’esposizione dei dati verso ambienti esterni in modo sicuro.

La sfida per le imprese sarà proprio quella di capire come sviluppare l’utilizzo dell’Hybrid Integration Platform e di saper coniugare l’evoluzione tecnologica dei singoli elementi dell’architettura digitale, all’interno di un’unica piattaforma d’integrazione. E su questo aspetto, lo studio “The Forrester Wave: Hybrid Integration for Enterprises”, pubblicato quest’anno dalla società di ricerca Forrester Research, ha regalato degli spunti interessanti. Spiegando come, per un’impresa, debbano essere cinque i parametri da tenere in considerazione, per capire quale delle soluzioni d’integrazione siano più o meno compatibili con la propria realtà: dall’analisi del modello di deployment al giudizio sul pricing, dall’analisi dell’area geografica all’offerta di servizi, fino all’approfondimento delle componenti tecniche. Una “roadmap” per un cammino digitale che vede l’Hybrid Integration Platform al centro dell’integrazione strutturale del futuro.

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IoT, l’efficienza degli investimenti passa dall’educazione digitale

0 Commenti Pubblicato il 21 settembre 2017in Ultime Notizie

Il White Paper “IoT 2020: Smart and Secure IoT Platform”, redatto dalla commissione IEC parla chiaro: più educazione digitale, per mantenere la qualità dell’ecosistema tecnologico

 

Per mettere in sicurezza l’ecosistema tecnologico dell’IoT, è necessario rinforzare le basi dell’educazione digitale: a dirlo, il White Paper “IoT 2020: Smart and secure IoT platform”. Un documento, pubblicato dalla commissione IEC (International Electrotechnical Commission), che lancia l’allarme: se non si superano gli attuali limiti conoscitivi della tecnologia, i progetti digitali potrebbero fallire.

Il documento IEC arriva in un momento significativo. Il mercato dell’Internet of Things, anche in Italia, è in crescita come mai prima. E secondo l’osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano, l’Internet delle cose ha raggiunto nel 2016 la cifra record di 2,8 miliardi di euro, con un +40% rispetto all’anno precedente.

Numeri importanti, destinati a perseguire su un trend positivo per il futuro, in particolare nella categoria dello smart metering gas e dello smart asset management dei servizi, nei comparti gas, luce e acqua. Contesti in cui le aziende che si occupano di riscaldamento domestico sono state obbligate a mettere in servizio almeno 11 milioni di contatori connessi alla rete entro la fine del 2018, il che ha favorito il boom degli investimenti IoT .

A un mercato che si evolve così velocemente, però, deve corrispondere un costante aggiornamento dei sistemi di sicurezza. Il White Paper IEC ricorda che le misure previste oggi all’interno dei singoli componenti non sono sempre in grado di tener conto della connettività dei sistemi. E in questo contesto, chi vuole compiere un attacco hacker può farlo usando semplicemente l’accesso alle piattaforme business o sfruttando direttamente la vulnerabilità dei browser. A questo si collega il secondo aspetto, quello dei dati. Perché oggi non è sempre facile capire a chi appartengano quelli di provenienza IoT, il che provoca una duplice problematica.

In questo contesto, però, risolvere le criticità è possibile. Sono sei le aree in cui si gioca il futuro dei progetti IoT, secondo l’International Electrotechinal Commission: connettività dei dispositivi ed elaborazione dei sistemi, memorizzazione dei dati ed evoluzione dei sensori, attuazione delle piattaforme di controllo e consolidamento della sicurezza. Uno, invece, l’obiettivo: favorire l’educazione digitale per e delle aziende, supportandole negli interventi a protezione dei loro investimenti. Farlo è possibile, perché l’educazione digitale passa anche dalle piattaforme che oggi permettono di testare i propri sistemi tecnologici, prima che si verifichi una violazione degli stessi. E in questo contesto, da evidenziare è lo strumento realizzato di recente da Confindustria Assoconsult, in collaborazione con il Politecnico di Milano. Si tratta di una sorta di test di autovalutazione, che permette a un’azienda di capire il proprio grado di innovazione digitale, e che valuta tutti i segmenti della catena di valore: dalla progettazione alla produzione, dal controllo di qualità alla logistica. Un modo per esaminare l’efficienza della strategia in chiave 4.0, con l’obiettivo di supportare la crescita aziendale nel processo di educazione digitale.

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E-Commerce italiano, nel 2017 sarà “boom” di acquisti online

0 Commenti Pubblicato il 18 settembre 2017in Ultime Notizie

Il giro di affari stimato è di 23,1 miliardi di euro e l’e-commerce italiano trova nello smartphone un fedele alleato: ogni 100 acquisti, 17,4 arrivano infatti dal cellulare

 

Digitalizzazione dei servizi ed e-commerce, ruolo del consumer e mercato 4.0. Anche in Italia, questi aspetti sono ormai al centro del dibattito delle istituzioni e nei tavoli di discussione delle aziende. La crescita, infatti, passa sempre più attraverso la trasformazione digitale, e l’e-commerce italiano ne è una conferma.

Al centro del processo di digitalizzazione, ad esempio, un ruolo preponderante se lo sta ritagliando proprio questo settore, che sta scoprendo, nel 2017, una seconda vita. Dopo il boom del 2015, quando il valore complessivo delle transazioni aveva raggiunto i 19,6 miliardi di euro, con un incremento del 18% rispetto all’anno precedente, il 2017 sta rappresentando un secondo momento di svolta. A confermarlo sono i dati dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano, presentati lo scorso maggio nel corso della dodicesima edizione del Netcomm Forum. Le cifre raccolte dall’Osservatorio parlano chiaro: il giro di affari stimato, previsto dagli acquisti online per il 2017, sarà di 23,1 miliardi di euro, 3,2 in più rispetto al 2016 (+16%). Ma quello che sorprende di più non è tanto la crescita delle transazioni, quanto il genere di acquisti che sempre più italiani decidono di fare online. Perché nel 2017, il mercato italiano online dei prodotti varrà tanto quanto quello dei servizi: 11,5 miliardi a testa. E le categorie di prodotto in crescita nell’e-commerce italiano sono plurime: dal Food&Grocery (+37%) all’Arredamento (+27%), dall’Informatica (+26%) all’Abbigliamento (+23%), passando per l’Editoria (+18%).

In questo contesto di crescita, a cambiare è anche il ruolo del consumer. Il consumatore tradizionale, quello che “subiva” le decisioni del mercato dalle aziende, non esiste quasi più. E a prendere il suo posto, anche in Italia, è il consumer che si fa “prosumer” e diventa parte integrante del processo di acquisto online. Un nuovo ecosistema digitale in cui, chi acquista online, si rende co-protagonista di un’esperienza prima ancora che di una semplice transazione. In questa dimensione, a fare la voce grossa sono due elementi: lo smartphone e i social network. Nel mondo della trasformazione digitale, un caso sempre più studiato dagli addetti ai lavori è quello di WeChat. Il social network cinese, nato nel 2011 come servizio di comunicazione attraverso messaggi di testo, ha iniziato ad offrire ai suoi utenti servizi come “WeChat Pay”, una sorta di “portafoglio elettronico” destinato ai suoi utenti da utilizzare per gli acquisti online. WeChat, oggi, copre il 50% del mercato e-commerce cinese. Un mercato che, nel solo 2016, ha fruttato qualcosa come 5 trillioni di dollari, e che per il 2017 spinge sempre più lo smartphone come strumento di riferimento per gli acquisti online.

Per l’e-commerce italiano i numeri sono ben diversi, ma la tendenza è confermata. Si tratta, infatti, di un mercato dove il concetto di omnicanalità è ormai stato sostituito da un ecosistema pluridimensionale in continuo mutamento.

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Le imprese italiane alla prova del GDPR

0 Commenti Pubblicato il 14 settembre 2017in Ultime Notizie

Il 25 maggio 2018 entrerà in vigore il GDPR, il nuovo Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati richiesto dall’Unione Europea. Ma le aziende sono pronte?

In vista dell’adozione del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (General Data Protection Regulation, GDPR) tutte le aziende, europee e non, che avranno a che fare con dati sensibili appartenenti a cittadini dell’Unione Europea dovranno adattare i propri processi interni alla nuova normativa. Tuttavia, sono ancora numerose le aziende a riconoscere la propria impreparazione di fronte al più significativo cambiamento negli ultimi 20 anni per quanto riguarda la gestione della protezione dei dati. Secondo Gartner, oltre il 50% delle realtà interessate dal nuovo regolamento non riuscirà infatti ad essere pienamente conforme ai requisiti entro il 25 maggio 2018, data in cui il GDPR entrerà ufficialmente in vigore.

Per dimostrare la propria compliance con la normativa GDPR, ogni azienda dovrà effettuare diversi interventi, operando un sostanziale cambio di prospettiva nella gestione dei dati: chiunque tratterà i dati personali di cittadini UE ne diventerà automaticamente anche controllore e custode. Per questo motivo dovrà quindi indicare un rappresentante che funga da punto di contatto con le authority per la protezione dei dati e con chiunque richieda informazioni sul loro trattamento. La maggior parte delle organizzazioni dovrà inoltre nominare un Data Protection Officer, che si occuperà di verificare la concreta ed efficace implementazione del GDPR.

Affinché le aziende siano in grado di proteggere i dati sensibili a qualsiasi livello, esse dovranno prima di tutto dimostrare di possedere una completa padronanza dei propri processi interni. In più, il GDPR impone una totale trasparenza in merito alle decisioni prese riguardo al trattamento dei dati personali.

Le organizzazioni in regola con il GDPR conserveranno la possibilità di trasferire i dati agli altri membri dell’Unione Europea e verso una serie di Paesi le cui normative sulla protezione dei dati sono state valutate “adeguate” dalla Commissione Europea: Andorra, Argentina, Canada, Guernsey, Islanda, Israele, Isola di Man, Isole Faroe, Jersey, Liechtenstein, Norvegia, Nuova Zelanda, Svizzera e Uruguay. Per l’utilizzo nei Paesi non compresi in questa lista saranno invece necessarie delle “salvaguardie” specifiche, che dovranno essere accompagnate da un’attenzione particolare nel controllo dei fornitori localizzati all’esterno dell’UE, dal momento che anche questi dovranno implementare processi e meccanismi di controllo adeguati alla protezione prevista dal GDPR.

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