Con WeChat Pay in Italia, si stringe l’occhio all’era dei chatbot

0 Commenti Pubblicato il 19 febbraio 2018in Ultime Notizie

Le piattaforme chatbot sono in netto aumento. E WeChatPay, il sistema di mobile payment del colosso social cinese, conferma anche in Italia una predisposizione all’innovazione  

WeChat Pay in Italia? Un nuovo capitolo nell’era della customer experience 4.0. Il famoso social media asiatico, nato come App di messaggistica nel 2011 ma trasformatosi ben presto in una piattaforma di servizi digitali, è giunto nel nostro Paese. Con un obiettivo chiaro: rendere operativo per i turisti cinesi che fanno acquisti nei negozi italiani, il proprio sistema di mobile payment.

Con più di 960 milioni di utenti iscritti, oggi WeChat è il quinto social network del mondo, grazie a un’applicazione moderna e un trend in crescita. Dal 2013 i servizi offerti sono stati implementati e l’App ha assunto sempre di più le sembianze di un chatbot a servizio degli utenti: non solo messaggeria istantanea e condivisione dei “Momenti” (simili alle storie di Instagram, se vogliamo), ma anche realizzazione di account di servizio per le imprese, sistema di riconoscimento facciale e, per appunto, l’innovativo WeChat Pay.

Si tratta di un portafoglio elettronico incorporato nella App, che permette agli utenti di trasferire denaro online, collegandosi direttamente al proprio conto bancario. E che offre l’opportunità di realizzare pagamenti in tutto il mondo attraverso l’uso di un QR code. Per farlo, però, serve la predisposizione dei device da parte dei Paesi e dei singoli negozi. E in questo senso, WeChat Pay in Italia rappresenta un passo in avanti notevole, sia per l’azienda che ci ha investito, sia per i negozianti del nostro Paese, che così diventano ancor più appetibili. Dal punto di vista dei commercianti, la procedura è semplice: o si acquista un POS dedicato o si aggiunge WeChat Pay ai circuiti accettati in cassa. E durante le transazioni il denaro arriva direttamente in euro.

Oggi WeChat Pay copre quasi il 50% dei pagamenti mobile del Paese asiatico, e l’App ha un indice di penetrazione enorme nelle principali città cinesi: circa il 93%. La China Tourism Academy stima che da qui al 2023 arriveranno in Europa oltre 20 milioni di cinesi all’anno, per lo più viaggiatori giovani e utenti di WeChat. E per lo più affezionati, quindi, all’idea dei pagamenti digitali: in Cina, del resto, l’e-commerce vale circa il 20% del totale degli acquisti e il volume delle transazioni online è superiore ai 5,5 miliardi di dollari. Cifre enormi, che stringono l’occhio ai commercianti italiani ed europei, e confermano la crescita del fenomeno chatbot.

Per Forbes, non a caso, il 2017 è stato “l’anno dei chatbot”. Secondo una ricerca effettuata da Oracle, invece, entro il 2020 circa l’80% delle aziende offrirà ai clienti interazioni con realtà virtuali. Un esempio recente arriva proprio dall’Italia. L’aeroporto Capodichino di Napoli di recente ha attivato un nuovo chatbot informativo grazie al quale sarà possibile conversare con un sofisticato software capace di rispondere a un ampio ventaglio di quesiti. Un esempio italiano che conferma l’utilità della tecnologia al servizio dell’uomo.


Versatilità e reti ibride: i segreti delle tecnologie SDN

0 Commenti Pubblicato il 15 febbraio 2018in Ultime Notizie

Sono molti i benefici delle tecnologie SDN: dall’aumento delle prestazioni di rete alla combinazione dell’accesso privato con il pubblico, fino all’ottimizzazione delle priorità di traffico

 

Importanza delle tecnologie SDN e benefici per le reti aziendali a livello cloud: nel sistema delle imprese questi due aspetti sembrano essere sempre più preponderanti. L’utilizzo del Software Defined Network infatti non scontenta nessuno, e accomuna anzi il variegato universo delle PMI da una parte, e quello delle grandi realtà d’azienda dall’altra.

Sono numerosi i benefici proposti dalle tecnologie SDN: dall’aumento delle prestazioni di rete alla combinazione ibrida dell’accesso privato con l’accesso pubblico a internet, dal perfezionamento della spesa all’ottimizzazione delle priorità di traffico. L’affidamento a reti ibride permette di far fronte a numerosi problemi di connettività, favorendo l’innovazione strutturale delle aziende e aiutandole nel loro processo di digitalizzazione. Tra le criticità più importanti a cui il Software Defined Network riesce a far fronte oggi, emerge certamente la difficoltà da parte dei sistemi SaaS remoti di garantire con continuità le prestazioni di connessione delle applicazioni verso l’esterno, e reciprocamente.

Non solo. Un altro aspetto importante è rappresentato dai costi. Perché è vero, spesso le tecnologie SDN, proprio per l’eccellente qualità dei propri servizi, non si presentano sul mercato a livello competitivo in termini di prezzo, se comparate alle altre soluzioni alternative a banda larga. Ma, a voler ben guardare, hanno allo stesso tempo tutto il potenziale per garantire costi operativi inferiori, se ben sfruttate.

Per far sì che questo accada, però, è necessario che le aziende IT guardino di più all’investimento complessivo a lungo termine, analizzando tutti i possibili benefici “di ritorno”, piuttosto che a quello a breve termine. Ed è necessario che la conversione a queste tecnologie avvenga in considerazione delle singole necessità, caso per caso, in modo da abbattere per davvero i costi di rete e di sfruttare il più possibile la versatilità resa di queste soluzioni.

Software Defined Network significa affidarsi a servizi di comunicazione più sofisticati e sensibili, rispetto alla condizione di partenza. Significa quindi anche affidarsi a tutte quelle tecnologie che sappiano adattarsi alla struttura di connettività esistente, garantendo allo stesso tempo l’utilizzo di nuove reti ibride, capaci di disporre in tempo reale della prima connessione fruibile.

Interoute conosce bene l’estrema importanza di queste tecnologie. E per questo ha utilizzato per oltre quattro anni, per la propria rete centralizzata, questo genere di soluzioni. Mentre con Interoute Edge, il servizio SD-WAN targato Interoute, è stata la stessa azienda di telecomunicazioni a proporre alle altre organizzazioni l’accesso alle soluzioni SDN. Un modo per offrire reti ibride e flessibili, per potenziare la connettività garantendone la qualità, per offrire un servizio a tutte quelle realtà desiderose di innovazione.


L’innovazione per le grandi aziende? Nel segno delle soluzioni UC&C

0 Commenti Pubblicato il 12 febbraio 2018in Ultime Notizie

Secondo una survey IDC, il mercato delle soluzioni UC&C è in netta espansione ed entro il 2021 costituirà la fonte di spesa tecnologica più importante per le realtà d’impresa più grandi

 

Le soluzioni UC&C come ingresso privilegiato alle tecnologie dell’innovazione. È questo il dato che emerge dalla survey prodotta dalla società di ricerca IDC, “2017 MarketScape Worldwide Unified Communications & Collaboration Vendor Assessment”. Il documento evidenzia infatti come le soluzioni UC&C costituiscano, oggi più che mai, un riferimento importante negli investimenti delle aziende più grandi.

Anche per questo, secondo l’indagine, il mercato continua a vivere una fase di netta espansione: 34 miliardi di dollari nel solo 2017. Con prospettive, peraltro, in netta crescita: secondo IDC il numero di imprese che useranno le nuove tecnologie Unified Communications & Collaboration toccherà la quota-record del 37%. Ed entro il 2021, rappresenteranno la fonte di spesa più importante per le grandi aziende.

Investire nell’UC&C significa modernizzare un’impresa attraverso un sistema di comunicazioni integrate che aiutano a ottimizzare i processi aziendali interni. E in questo contesto, spiega l’indagine, i fattori che incidono principalmente sono tre: implementazione delle tecnologie, razionalizzazione dei costi e valorizzazione delle risorse umane.

Le nuove piattaforme Unified Communications & Collaboration rappresentano un punto di riferimento per le imprese, anche perché offrono strumenti di collaborazione e di connettività cosiddetta “obliqua”. Strumenti che sono pensati appositamente per essere integrati nei canali di gestione delle reti aziendali già esistenti. E che permettono di raggiungere il duplice obiettivo necessario per far sì che le soluzioni UC&C rappresentino un buon investimento: estendere il paradigma della Software Defined Network e integrare la comunicazione aziendale interna con quella esterna. Va in questa direzione, ad esempio, anche la soluzione One Bridge di Interoute, che punta a semplificare e rendere accessibile da diversi dispositivi e ovunque una videoconferenza.

Le difficoltà, certo, non mancano. Soprattutto per le PMI può sembrare difficile affrontare questo genere di investimento nell’innovazione. Ma gli operatori telefonici continuano a vedere questa rivoluzione tecnologica con speranza e con cauto ottimismo. Anche in Italia, dove lo sviluppo del mercato UC&C è previsto in forte crescita su tutti i segmenti. Secondo i dati dell’Osservatorio Unified Communication & Collaboration della School of Management del Politecnico di Milano, il 95% delle grandi aziende italiane ha dichiarato infatti di avere dei progetti in programma su quest’ambito. E nonostante ci sia ancora della strada da fare proprio per le piccole e medie imprese (solo il 30% di esse oggi pensa a un livello di diffusione delle soluzioni UC&C di tipo “business”), il trend rimane in crescita e il contesto positivo.


Intelligenza artificiale e social, le armi del giornalismo digitale

0 Commenti Pubblicato il 8 febbraio 2018in Ultime Notizie

Sono sempre di più le realtà che vedono nel giornalismo digitale, il futuro dell’informazione. Come Reuters, che usa sistemi AI per i suoi contenuti, o MarieClaire

 

 I parametri del giornalismo digitale? Intelligenza artificiale, pluralità di canali ed educazione all’informazione. O almeno, sono questi gli aspetti più importanti emersi durante il Digital Marketing World Forum, svoltosi lo scorso dicembre a New York.

Nel corso dell’iniziativa newyorkese, sono emersi anche tre obiettivi che il giornalismo digitale dovrebbe porsi per vincere la sfida del digitale. Riformulare il rapporto tra notizia e giornalisti, e anche tra lettore e giornalisti. Educare il lettore alla qualità, per combattere la battaglia delle fake news. E usare gli strumenti offerti dalla digitalizzazione dei servizi per valorizzare il lavoro dei redattori.

Uno dei casi più interessanti, nell’ambito del giornalismo digitale, è certamente quello di Reuters. Con oltre 2500 giornalisti in tutto il mondo, l’agenzia è stata tra le prime a capire l’importanza delle sfide 4.0. E per questo ha investito sull’intelligenza artificiale (AI), attraverso un sistema di Smart Publishing Automation integrato al lavoro redazionale. Il funzionamento è stato spiegato proprio al Digital Marketing World Forum: il sistema AI targato Reuters non scrive contenuti, né sostituisce la penna dei giornalisti. Ma rielabora gli articoli prodotti trasmettendoli negli orari più adatti per intercettare l’audience più giusta.

Quello di Reuters è solo un esempio. Tra il 2016 e il 2017, il Washington Post ha pubblicato ben 850 articoli usando Heliograf, un dispositivo di Intelligenza Artificiale capace anche di scrivere di suo pugno contenuti mirati. Heliograf ha inoltre aiutato i giornalisti del Post, durante le elezioni presidenziali americane del 2016, inviando degli alert ai redattori su specifici trend o su novità appena emerse online. Mentre Associated Press, che ha già usato robot per produrre informazioni, ha stimato che l’intelligenza artificiale potrà aiutare i redattori nelle ricerche, ottimizzandone il tempo (del 20%) e perfezionando l’attendibilità delle fonti.

Non solo, però, intelligenza artificiale. Come precisato dal New York Times, infatti, valorizzazione dei dispositivi mobile e pluralità d’utilizzo dei social rappresentano due temi preponderanti. Il giornale newyorkese ha aperto di recente, non a caso, il proprio account Snapchat con contenuti video mirati, per intercettare un’audience altrimenti impossibile da raggiungere. E da cui collezionare informazioni su target e tendenze, per rivedere le strategie di marketing aziendale.

Mentre la rivista femminile MarieClaire, con la giovanissima Senior Editor Rosa Heyman, ha intrapreso una nuova pagina della sua storia. Basta piani editoriali prefissati. E più articoli longform pubblicati sulla versione digitale della rivista, pensati per il mobile e indicizzati per specifiche audience. Un contesto in cui, interpellando gli stessi lettori sull’argomento oggetto dell’inchiesta e con un uso sapiente delle survey online e dei contenuti sponsorizzati sui social, si dice addio al copy clickbait. E lo si fa in nome di un giornalismo digitale partecipativo, capace di superare la fase delle fake news e di aprire una nuova pagina della storia dell’informazione. Abbattendo i costi redazionali, sì, ma senza dire addio alla qualità dei contenuti.


Versatile e policentrica: ecco la Silicon Valley italiana

0 Commenti Pubblicato il 5 febbraio 2018in Ultime Notizie

I casi di Genova e di Cosenza, oltre all’ecosistema digitale toscano, gettano le basi per una Silicon Valley italiana che promette bene e piace a tutti: anche all’Europa

Versatile, policentrica, in crescita: dovessimo riassumerla in poche parole, la Silicon Valley italiana potremmo descriverla così. C’è chi non è d’accordo nell’utilizzare anche per l’Italia questo termine, icona dell’innovazione IT negli Stati Uniti e nel mondo. E sicuramente, per peso degli investimenti, non esiste paragone. Con i dovuti distinguo, però, si può dire che la Silicon Valley italiana oggi esista eccome e che stia vivendo un periodo promettente.

Per molti anni, addetti ai lavori ed esperti del settore hanno riconosciuto la Toscana come epicentro della Silicon Valley italiana, in quanto sede di aziende IT come Aruba e Register (ex Dada). In particolare, lungo l’asse che va da Pisa ad Arezzo, passando per Navacchio, Prato e Firenze. Oggi, però, le novità più interessanti arrivano da due aree lontane tra loro, ma legate da un destino innovativo comune: Genova e Cosenza.

A Genova c’è l’Istituto Italiano di Tecnologia, diretto da Roberto Cingolani. Fondato nel 2008, per il piano strategico del quinquennio 2018-2023 prevede numerose novità. Con uno staff di oltre 1500 persone, oltre 600 brevetti depositati e una comunità di ricercatori dall’età media di 35 anni, l’IIT si pone come punto di riferimento. E nel nuovo piano strategico, il focus è su intelligenza artificiale e genomica. Due ambiti che entrano sempre più a sistema con i settori della vita quotidiana.

In Calabria, invece, Cosenza costituisce un distretto tecnologico capace di guardare al futuro. E di attirare un colosso come NTT Data, l’azienda nipponica che ha affiancato ai due centri di ricerca di Tokyo e Palo Alto, un terzo centro a Rende, in provincia di Cosenza. Una piccola città in cui è stato premiato il lavoro di tre italiani, fondatori di una startup specializzata nella sicurezza informatica, capace di farsi notare proprio da NTT, che l’ha inglobata investendo nel cosentino. Oggi il centro dà lavoro a 200 dipendenti con un’età media di 33 anni e punta ad assumerne un altro centinaio entro il 2019. Un ecosistema digitale fertile, grazie alla vicina Cosenza, grande protagonista con il Distretto Tecnologico di Cyber Security, la startup GiPS Tech e la piattaforma tecnologica ViaggiArt.

Che il modello del futuro sia quello della Silicon Valley “rovesciata”, ne è conscia del resto anche l’Europa. Che con la commissaria UE al Digitale Mariya Gabriel ha gettato le basi per un piano che punta ad attivare hub di innovazione digitale nei Paesi comunitari entro il 2021. Una strategia che non copia il modello americano nella struttura, ma lo fa nelle intenzioni, e che si pone l’obiettivo di eliminare le divisioni puntando alla decentralizzazione tramite gli investimenti. Un piano che sembra combaciare perfettamente con il modello di oggi della Silicon Valley italiana, che per modello di sviluppo e crescita continua a favorire in modo equilibrato l’innovazione.


Bitcoin: tra certezza o rischio, a vincere è di certo l’innovazione

0 Commenti Pubblicato il 1 febbraio 2018in Ultime Notizie

Difficile prevedere i destini dei bitcoin, la criptovaluta più discussa al mondo. Quel che è certo però è che gli strumenti della tecnologia stanno già influenzando ampiamente il mondo reale

 

Bitcoin, gallina oggi o uovo domani? O nessuna delle due? Il dibattito sulla criptovaluta più famosa del mondo continua a interessare fortemente anche il nostro Paese. E il valore di questa rivoluzione a colpi di blockchain sta tenendo banco nel dibattito finanziario e politico.

Ma andiamo con ordine. Il bitcoin è una criptovaluta creata nel 2009 da un inventore anonimo. Una moneta digitale che gli utenti conservano in portafogli virtuali e che può essere usata per fare pagamenti verso negozi o società. Oppure, semplicemente per trasferire denaro ad altri utenti. O ancora, per essere conservata.

Non c’è un’autorità centrale che controlli i bitcoin. nessuna mediazione da parti terze, nessuna banca. È la blockchain ad agire, a fare quello che fa la banca e per la quale si paga in genere la commissione: ovvero, durante una transazione con i bitcoin, ci pensa la blockchain a rimuovere una data cifra da un portafoglio virtuale o conto di un mittente e inserirla nel conto di un destinatario. E a controllare che tutto funzioni per il verso giusto.

È questa una delle fasi più interessanti nell’innovazione proposta dal bitcoin: il suo funzionamento è basato su un protocollo peer-to-peer. Ogni utente è connesso a tutti gli altri utenti e ogni computer diventa un nodo della rete alla pari degli altri, senza nodi centrali. E provare ad aggirare il sistema è quasi impossibile: i trasferimenti vengono infatti registrati solo quando lo spostamento di “denaro” si è effettivamente concluso. Nessun passaggio nel mezzo, nessun momento intercettabile dagli hacker, anche se i cybercriminali stanno già lavorando per trovare applicazioni capaci di agire alla fonte di queste transazioni.

Così come il suo inventore, anche gli utenti che usano il bitcoin sono anonimi. Negli ultimi mesi il valore della criptovaluta, che nel dicembre 2016 era di appena 850 dollari, ha vissuto un’impennata (20mila dollari per bitcoin) e un picco al ribasso (12mila dollari) significativi. È entrata persino nel mondo della borsa, attraverso l’uso di futures che tutelano gli investitori contro le fluttuazioni valoriali. È ormai sempre al centro dei pensieri, di investitori ed economisti.

Quale sia il suo destino però è difficile dirlo. Warren Buffet ha detto che “faranno una brutta fine”. Stefano Marzioni, docente di Economia e Finanza internazionale all’Università Niccolò Cusano, ha definito il bitcoin “una bolla speculativa”, priva di “fondamenti” e che “non ha valore legale”. C’è però chi è ottimista: secondo il co-fondatore di Fundstat Tom Lee, infatti, il bitcoin potrà raggiungere la quotazione-record di 25mila dollari nel 2018, in linea con le previsioni al rialzo degli ultimi quattro anni. Anche perché, dicono gli ottimisti, il crollo di gennaio rappresenta una normalità, già registratasi nel 2015 (-33%), nel 2016 (-16%) e nel 2017 (-17%).

L’unica certezza rimane comunque l’acume dell’innovazione, che permette al sistema di continuare a funzionare. E che attraverso l’uso di strumenti tecnologici ha saputo creare una realtà finanziaria parallela che sta facendo discutere il mondo “fisico”, reale, come forse non era mai successo prima.


Cloud, le aziende italiane si affidano alla digital transformation

0 Commenti Pubblicato il 29 gennaio 2018in L'angolo dell'Esperto

Secondo quanto evidenziato da Cristina Crucini, Marketing Manager Interoute, in una recente intervista, la soluzione offerta dal Cloud Hybrid è fondamentale per numerose aziende italiane

 Il futuro delle aziende italiane è sempre più cloud. In un contesto, come quello evidenziato dalla recente survey Interoute, in cui le realtà imprenditoriali IT in Europa si dicono ottimiste per il futuro nonostante la Brexit e le crisi internazionali, il tema della digital transformation tiene banco nelle strategie d’impresa di oggi e di domani.

Nel nostro Paese le aziende italiane sono a un bivio. Investire nel digitale per voltare pagina o tardare ancora la sfida con l’innovazione, con il rischio di rimanere tagliate fuori dal mercato. Per questo, la digitalizzazione dei servizi e il cloud computing rappresentano la strada maestra del nuovo percorso di investimenti, per sempre più realtà imprenditoriali. E non è un caso, in questo scenario, che dall’indagine Interoute sia emerso come il 58% delle organizzazioni in Italia sia impegnato proprio in questo genere di progetti IT.

Tra gli investimenti più importanti nell’ambito della digital transformation, le aziende italiane, così come quelle europee, hanno iniziato a considerare l’utilizzo del cloud per la gestione dei loro dati. Lo sa bene Interoute che, come spiegato dalla Marketing Manager Cristina Crucini in una recente intervista alla rivista Zero Uno, si pone l’obiettivo di far confrontare alle “realtà aziendali in cui entriamo per la prima volta, il tempo speso per innovare rispetto a quello per operare”. In un contesto in cui “quest’ultimo risulta essere sempre molto superiore al primo”.

Innovazione, più precisamente, per le organizzazioni significa propendere “verso la soluzione dell’hybrid cloud”. Il cloud ibrido infatti sfrutta sia soluzioni private che pubbliche, per svolgere funzioni diverse all’interno di una stessa azienda. E garantisce indici di scalabilità e di sicurezza elevati. Un servizio su cui Interoute è avvantaggiata perché “è sempre stata un operatore convergente, impegnato sia nelle dorsali di rete digitale, sia nelle infrastrutture data center”, come ha spiegato ancora Cristina Crucini.

Crucini che, nell’intervista, ha poi evidenziato un dato che conferma quanto questo aspetto sia fondamentale per Interoute, che ha aggiunto 17 Virtual Data Center ai 15 di tipo tradizionale preesistenti. Un genere di investimento significativo, che permette tutt’oggi a Interoute di “offrire questi servizi in modo sempre più accessibile ai clienti”.

Il momento storico, del resto, è propizio. Le organizzazioni IT in Italia sono tra le ultime in termini di “miglioramento della customer experience e della employee experience”, ha precisato Crucini. Una resistenza al cambiamento da parte di chi lavora, che è diventato un fattore decisivo nel processo di crescita delle organizzazioni italiane. Anche pensando a questo, Interoute propone oggi la Digital Transformation Platform. Una soluzione integrata capace di legare ambienti legacy e digitali in un’unica infrastruttura cloud. Un’opportunità per le aziende italiane per aprire le porte del futuro e affacciarsi definitivamente sull’hybrid cloud. Prima che il treno dell’innovazione, veloce ma ancora paziente, passi per non tornare più.

 


Mondo delle banche, quando innovazione e occupazione vanno d’accordo

0 Commenti Pubblicato il 25 gennaio 2018in Ultime Notizie

Secondo il rapporto ABI 2017, la contrazione occupazionale del personale nel mondo delle banche è molto contenuta. E uno dei meriti è di aver saputo cogliere la sfida della digitalizzazione

 

Canali telematici e home banking, riduzione degli sportelli fisici e customer service più versatili: il mondo delle banche si sta riscoprendo sempre più IT e l’industria finanziaria si trova nel pieno del suo processo di digitalizzazione. Secondo il rapporto ABI 2017, infatti, il mercato del lavoro in questo comparto è in netta crescita, anche grazie ai risvolti della rivoluzione digitale. E le prospettive sono rosee.

Il mondo delle banche è infatti tra i più coinvolti dalla sfida dell’innovazione. E sta vincendo la competizione di altre industrie, sulla carta avvantaggiate dall’assenza dei vincoli normativi e regolamentari imposti invece alle banche, ma a conti fatti più indietro nel processo di digitalizzazione.

Leggendo i numeri del rapporto ABI 2017, la contrazione occupazionale del personale bancario è non a caso molto, molto contenuta: appena lo 0,7% tra il 2015 e il 2016. E il 99% dei contratti a tempo indeterminato permettono al mondo delle banche di rafforzare la propria stabilità di sistema, forse unica nel panorama occupazionale italiano di oggi.

Questa stabilità crea quindi risvolti positivi sia sulla qualità del personale, sia sulla sua formazione costante. Ma non solo. Perché si sa, per gettare le basi dell’innovazione, è necessario che l’ecosistema in cui viene applicata la digitalizzazione dei servizi sia stabile, che ci siano insomma punti di riferimento ben saldi che permettano agli investimenti di avere una resa positiva. E sembra proprio che il mondo delle banche si sia dimostrato capace di rispondere presente a tutti questi prerequisiti.

Abi evidenzia infatti che l’industria finanziaria è “tra le più coinvolte nella sfida della digitalizzazione” e che il trasferimento di alcuni servizi attraverso canali telematici da parte del mondo delle banche sta avendo “positivi effetti sulla flessibilità dell’organizzazione del lavoro” e quindi “sulla crescita del numero di lavoratori impiegati nelle attività commerciali”, così come in quelle “di consulenza specializzata”.

Il processo è semplice da spiegare a parole, ma non così facile da concretizzare nei fatti. Lo si può però riassumere così: con il trasferimento dei servizi dall’analogico al digitale, si può creare l’opportunità, ghiotta, di impegnare il personale qualificato della propria azienda in nuove aree di crescita. Con l’obiettivo, chiaro, di migliorare l’esperienza finale dell’utente e di rendere più efficiente il sistema interno nel suo insieme. Un cambiamento reso più semplice se, come avviene nel settore bancario, il 38,8% del personale è laureato e altamente qualificato. Un cambiamento reso possibile però solo con l’innovazione digitale. Un passaggio, questo, che è stato “finalmente compreso nella sua profondità e globalità”, dice ancora il rapporto ABI. Che evidenzia come “Industry 4.0, stampanti 3D, robotica e intelligenza artificiale e big data” siano chiari ed evidenti “esempi di tali processi”. Processi che avvantaggiano a tutti, se messi nelle giuste condizioni, come non a caso è avvenuto in questo settore.


DPO e Project Manager Industry 4.0: ecco i profili digitali del 2018

0 Commenti Pubblicato il 22 gennaio 2018in Ultime Notizie

Il mercato del lavoro sta cambiando e sono numerosi i profili digitali che quest’anno emergeranno. I due principali? Legati alla protezione dei dati e agli investimenti nell’innovazione

Profili digitali, cosa attendersi da questo 2018? Tanti nuovi trend, qualche conferma e una certezza: il mercato del lavoro è ufficialmente cambiato e la digitalizzazione dei servizi sta offrendo una grande opportunità da cogliere.

I problemi sono sempre due, diametralmente opposti ma profondamente collegati. Da una parte la mancanza di formazione adeguata alle sfide della rivoluzione digitale, da parte dei nuovi profili che si affacciano al mondo dell’occupazione dopo il percorso di studi. Tradotto: la domanda inizia a crescere, ma mancano le competenze per intercettarla e soddisfarla. Dall’altra, però, quella domanda, specialmente in Italia ma anche in alcuni Paesi europei, è ancora debole. Troppo.

Le aziende IT sono alla ricerca di profili digitali, è vero, ma spesso mancano di coraggio nell’inserire, all’interno del bilancio annuale, il budget necessario per assumere in pianta stabile uno di quei profili, senza inserire quindi quella figura all’interno della propria azienda.

Tutto questo ha creato una certa instabilità, anche nel mercato del lavoro IT. Ma lo scenario è in pieno cambiamento, e in positivo. Dai Big Data all’Industry 4.0, infatti, i profili digitali appaiono come le professionalità più richieste, per il 2018. Al fianco dei più “analogici”, classici se vogliamo, impiegati, commessi e camerieri, ad emergere sono gli esperti di blockchain e di privacy, gli specialisti di intelligenza artificiale e i media digitali. Gli introvabili ma indispensabili, invece, sono ancora i tecnici informatici e gli ingegneri, oltre ai fisici e i chimici.

Secondo l’agenzia interinale Manpower, nel triennio 2018-2020, è previsto un aumento sensibile della domanda di figure professionali considerate high skill (+29%, rispetto al +21% di quelle low skill e del 16% dei profili intrermedi). La specializzazione tecnologica dei profili digitali, quindi, sta aumentando il proprio appeal nel mercato del lavoro. E dalle agenzie per il lavoro, in vista del 2018, è arrivata già la segnalazione di oltre 12mila posizioni da coprire per i primi mesi dell’anno, con una crescita evidente di offerte di lavoro nei comparti Ict, e-commerce e automazione industriale.

In particolare, sono due i profili digitali che stanno crescendo sensibilmente. Da una parte, il Data Protection Officer. Ovvero, la figura professionale responsabile della protezione dei dati sensibili di un’azienda, che diventerà operativa da maggio in tutti i Paesi dell’area UE, e che permetterà la creazione di circa 40-50mila opportunità di lavoro solo in Italia. Dall’altra, invece, c’è il Project Manager Industry 4.0. Una figura capace di destreggiarsi nei meandri dei Big Data e che ha il compito di focalizzare il proprio lavoro sul supply chain. Due figure emergenti in un contesto che finalmente – seppur coi suoi tempi – sembra abbia imboccato la strada del domani.

 


Addio net neutrality, il mercato della rete vira verso scenari ignoti

0 Commenti Pubblicato il 18 gennaio 2018in Ultime Notizie

Con la decisione dell’amministrazione Trump di eliminare la net neutrality, si riapre il dibattito sulla necessità di garantire o meno la neutralità della rete, per favorire gli investimenti

Alla fine, lo strappo sulla net neutrality, è arrivato. L’amministrazione statunitense presieduta da Donald Trump ha sostenuto, fin dal giorno del suo insediamento, la necessità di abolire la cosiddetta “neutralità della rete”. E lo scorso dicembre la Federal Communications Commission (Fcc), l’authority americana per le telecomunicazioni, ha ufficializzato la decisione, mandando in pensione l’Internet Freedom Order, voluto dall’amministrazione Obama nel 2015.

Con questa scelta, la Fcc ha rinunciato ai propri poteri regolatori sul mercato legato a internet e non supervisionerà più i fornitori di accesso alla rete americani, che torneranno quindi a essere considerati giuridicamente come prodotti di consumo qualsiasi.

Con il pensionamento della net neutrality, negli Stati Uniti viene meno, di fatto, il principio secondo cui tutti i provider debbano rendere accessibili allo stesso modo i contenuti, indipendentemente dallo strumento usato per connettersi. Tradotto: che si tratti di messaggi, foto, video o file musicali, con la net neutrality nessun fornitore di servizi (che sia Netflix, Youtube, Google o Facebook, per dirne alcuni) potrebbe vedersi garantita dal provider una velocità maggiore per arrivare all’utente finale.

L’obiettivo del principio della neutralità della rete è infatti proprio questo: regolamentare gli orizzonti in cui operano servizi e siti web e, indirettamente, proteggere il consumatore finale, che ha scelto un provider (quindi un fornitore, quindi un servizio) piuttosto che un altro, conscio di non dover pagare alcun sovrapprezzo per vedersi garantita la stessa qualità di rete. Una regolamentazione dall’alto, quindi, che però non è piaciuta a tutti. Specialmente ai fervidi sostenitori del libero mercato.

È stato lo stesso presidente Donald Trump, non a caso, a difendere la propria scelta di smantellare la net neutrality, evidenziando che le norme precedentemente in vigore abbiano frenato l’espansione e l’innovazione e che la nuova liberalizzazione aprirà invece le porte a nuovi scenari di business. L’abolizione della net neutrality ha del resto un peso specifico non indifferente. Si aprono infatti le porte a un mercato in cui i provider e i fornitore più grossi, coloro che hanno più denaro da investire per dare e ottenere la priorità dei contenuti pagandola, avranno il potenziale di garantire un servizio migliore all’utente finale.

Utente finale che così in questo modo rischia, secondo il parere di molti, di essere in balìa della lotta di grandi corporazioni. E di vedersi addebitare i costi di questo processo di liberalizzazione sulle proprie bollette, prima ancora che sulla propria pelle, se non oggi, domani. E c’è già chi, per questo motivo, storce il naso. Sia negli Stati Uniti, dove il Congresso potrebbe ancora scongiurare l’addio definitivo alla net neutrality, sia in Europa, unico continente in cui vale ancora il principio della neutralità della rete, ritenuto così scomodo dagli USA, e il cui dibattito è però aperto.