La rivoluzione blockchain in Italia? Si vede, e non solo nei bitcoin

0 Commenti Pubblicato il 16 luglio 2018in Ultime Notizie

Sono numerosi gli aspetti in cui la tecnologia della blockchain può essere applicata: dalle HR all’agricoltura, dalle aziende private alla PA

Il successo della blockchain? Non passa solo dai bitcoin. Nell’ambito del Forum PA 2018 di Roma si è approfondito un tema tanto delicato quanto fondamentale per il futuro. Ovvero come questa nuova tecnologia possa incidere profondamente sui più svariati aspetti del mercato del lavoro, di oggi così come di domani.

La PA, secondo quanto emerso dal forum, risulta essere uno dei settori più coinvolti. La blockchain infatti permette di gestire transazioni sempre più affidabili, garantendo la sicurezza e la tutela dei dati personali degli utenti. E a riguardo è stato anche presentato un prototipo di permissioned blockchain, un albo unico sperimentale che consente la condivisione di informazioni di tutte le professioni coinvolte. In realtà, però, la rivoluzione blockchain non riguarda solo la PA. Anzi.

In passato, questa tecnologia è stata a lungo criticata. Trattandosi di una rete digitale di nodi, che trasferiscono il loro valore tramite un sistema di regole crittografiche, senza la mediazione di alcuna figura intermedia, la blockchain era stata vista come pericolosa e poco affidabile. Con il passare del tempo però, ha dimostrato di saper rispondere adeguatamente ai parametri di sicurezza richiesti, da aziende e persone. E oggi sta iniziando a prendere piede anche nel nostro Paese, sotto più punti di vista.

Secondo quanto emerso da un’indagine dell’Hays Journal, i cui esperti hanno intervistato i manager HR di grandi realtà come PwC e Deloitte, sono numerose le applicazioni della blockchain, nel mercato del lavoro di oggi. E sono quattro gli aspetti capaci di emergere con maggiore decisione.

Innanzitutto, la verifica dei dati e la valutazione delle qualifiche. Questa tecnologia innovativa, infatti, può essere usata per verificare le identità e le credenziali dei potenziali candidati durante l’intero processo di selezione per una certa posizione. E allo stesso modo, può sostituire il tradizionale sistema di referenze del candidato: ogni certificato, grazie alla blockchain, sarà infatti tracciato in modo trasparente e potrà rimanere in un archivio digitale, disponibile agli HR di tutte le aziende pronte ad assumere.

Altri due aspetti importanti in cui la blockchain fa la voce grossa sono il recruiting e i pagamenti. In questi due contesti la tecnologia assume due ruoli fondamentali. Da una parte riduce i tempi di selezione, favorendo il match tra imprese e professionisti, attraverso un’analisi automatizzata più efficace di quella manuale. Dall’altra invece garantisce l’uso dei cosiddetti “smart contracts”, grazie ai quali le forme di pagamento straordinarie ai dipendenti vengono definite sulla base di parametri automatizzati e trasparenti, e non più legate a logiche soggettive.

Ma che la blockchain possa ritagliarsi un ruolo al di fuori dei bitcoin non è dimostrato solo nel settore risorse umane. Di recente, infatti, Microsoft e Crea hanno annunciato una partnership con Forum PA, per spingere l’utilizzo di tecnologie digitali nel mondo della ricerca in ambito agricolo. Un altro esempio concreto per una tecnologia in netta crescita, e dal potenziale ancora largamente inespresso.


Le smart city si fanno green? È Singapore a dare l’esempio

0 Commenti Pubblicato il 12 luglio 2018in Ultime Notizie

La digitalizzazione dei servizi procede, e la smart city asiatica costituisce una case study interessante, sotto più punti di vista: anche quello ambientale

Il successo delle smart city passa dalla svolta green. Le nuove tecnologie costituiscono sempre di più un punto di riferimento per aziende e istituzioni, che stanno pensando in che modo sia possibile applicare la rivoluzione digitale per cambiare, in meglio, la vita delle persone.

Internet of things e smart city sono due delle soluzioni. Il primo perché in grado di modificare le abitudini e la routine quotidiana e privata delle persone. Le seconde, invece, perché hanno la possibilità di rispondere in modo positivo e immediato alle necessità dei cittadini che le abitano.

Se la seconda rivoluzione industriale trasformò le città in centri industriali, favorendo l’accesso della produzione manifatturiera anche all’interno dei nuclei urbani e metropolitani, la rivoluzione 4.0 ha invece la possibilità di attuare un profondo processo di trasformazione ecosostenibile. E di farlo proprio attraverso il concetto di smart city e l’utilizzo intelligente dell’innovazione.

Un esempio particolarmente calzante, in questo contesto, è rappresentato da Singapore. Grazie al premier Lee Hsien Loong, la città-stato ha avviato nel 2014 il progetto “Smart Nation Singapore”, per rispondere per primo alle sfide globali della densità abitativa, dell’invecchiamento della popolazione e dell’assistenza sanitaria. Tre, gli obiettivi: investire sull’innovazione, favorire la mobilità dolce e la sostenibilità ambientale, e aprirsi all’ecosistema delle startup.

Grazie a questo progetto, il governo di Singapore sta lavorando per rendere l’intero sistema-Paese “smart”. Partendo proprio dalle buone pratiche all’interno del contesto, quello di Singapore, che da anni rappresenta l’icona delle smart city a livello mondiale. Grazie a un sistema dei trasporti efficiente e a una rete metropolitana in crescita e sempre più tecnologica, infatti, la città ha combattuto la congestione dovuta al traffico, e l’inquinamento. Grazie a telecamere e sensori che permettono di monitorare la città in modo sempre più preciso e che confluiscono nel sistema Virtual Singapore, irregolarità e infrazioni sono facili da denunciare e perseguire.

Non solo. Singapore è la smart city più attenta anche dal punto di vista ambientale. Perché è proprio dalla svolta green che passa il successo delle città del futuro. Con il Flower Dome, la serra per i fiori più grande al mondo che domina la baia, a Singapore si riproduce nella città un angolo di Mediterraneo. Mentre i Supertree Grove, gli alberi fotovoltaici che portano sulle foglie i pannelli per trasformare i raggi del sole in una risorsa, rappresentano uno sguardo al futuro. Alberi che sono presenti anche all’interno dei Gardens By The Bay, un’area verde che contiene più di un milione di piante, e che ha attratto 20 milioni di turisti negli ultimi tre anni.

Cifre significative, che permettono a Singapore di ritagliarsi il ruolo di esempio da seguire in chiave green. E che fanno capire come le smart city dovranno approcciare il futuro, per migliorare le condizioni dei cittadini ogni giorno, fin da oggi.


Smart retail, ecco come la tecnologia cambia gli acquisti del futuro

0 Commenti Pubblicato il 9 luglio 2018in Ultime Notizie

Online e offline, consumer e retailer sono sempre più vicini. E grazie ai concetti-chiave di cross-canalità, interazione e responsability, lo smart retail è sempre più realtà

Nell’era in cui è possibile acquistare oggetti ovunque, lo smart retail diventa una sfida irrinunciabile per tutti. Secondo il Politecnico di Milano, la percentuale di consumatori che sceglie il web per le proprie spese continua a crescere: dal 36% del 2013, al 45% del 2016, con un trend positivo per il 2018-19. E l’export digitale vola.

Ma non si tratta più solamente del luogo fisico o virtuale in cui avviene l’acquisto. Con lo smart retail, infatti, l’intera esperienza del consumatore sta cambiando. Non esiste più esclusivamente la vetrina fisica, così come è scomparso il gap tra consumatore passivo e venditore attivo: il ruolo del prosumer infatti, ovvero quel consumatore che partecipa alla filiera del prodotto, è preponderante.

Online e offline, punti vendita fisici e virtuali camminano fianco a fianco. E la sfida di retailer e distributori deve essere quella di impostare i propri criteri organizzativi declinando l’offerta in modo diverso, rispetto ai format a disposizione. Oggi smart retail significa connettere prodotto e clienti, attraverso un ecosistema ibrido di servizi fatto di QR code e intelligenza artificiale, touch point e applicazioni per smartphone, infotainment di ultima generazione e customer service 4.0.

Da questo punto di vista il processo delle aziende, soprattutto in Italia, è ancora agli inizi e le difficoltà non mancano. Secondo una ricerca di EY, sull’integrazione tra retail fisico e digitale c’è tanta strada da fare. Il 40% degli intervistati utilizza ancora la tecnologia come leva per aumentare la conoscenza dei propri clienti, mentre solo il 10% la vede come strumento per implementare le vendite. Sempre secondo EY, rispetto al passato l’87% di retailer considera questa la sfida principale dei prossimi tre anni. In questo senso, sono tre le parole-chiave per capire le vendite del domani.

Innanzitutto, cross-canalità: l’evoluzione del multicanale, infatti, permette ad aziende e retailer di offrire una serie di servizi integrati, in termini di merchandising e di pagamenti semplici, in nome di uno smart shopping rivolto a consumer sempre più versatili. Il secondo concetto fondamentale dello smart retail è invece interazione. Un’interazione che lega il consumer e il venditore, ma anche la globalizzazione e il localismo, in un mercato “glocale” capace di rispettare le tradizioni del contesto in cui il prodotto nasce, e di valorizzare l’internalizzazione del mercato in cui questo viene messo in vendita.

Mercato e prodotto sono protagonisti anche nella terza parola-chiave: responsibility. I retailer, infatti, sono sempre più impegnati a difesa dell’ambiente e delle cause sociali. Attraverso campagne mirate, infatti, l’obiettivo dello smart retail è di rispettare le persone che acquistano e di responsabilizzarsi nei confronti dei contesti e delle comunità che producono gli oggetti in vendita.

Tre aspetti attuali e dinamici, in nome di un commercio destinato a cambiare le abitudini di persone e aziende.


Sicurezza IT e leadership aziendale: ecco il network manager

0 Commenti Pubblicato il 5 luglio 2018in Ultime Notizie

Tra le figure professionali più in crescita negli ultimi anni, il network manager sa intercettare al meglio le esigenze delle aziende di oggi

Competenze trasversali, aggiornamento continuo e profonda attenzione al tema della sicurezza: sono questi gli aspetti che caratterizzano il network manager. Tra le figure professionali IT più emergenti degli ultimi anni, il network manager ricopre infatti un ruolo fondamentale all’interno delle aziende. Una posizione che coincide, secondo gli addetti ai lavori di oggi, a quella del security manager, e che ha responsabilità dirette sulla governance dei rischi.

Il tema della cybersecurity, del resto, oggi è centrale. Sono numerosi i metodi utilizzati dalle organizzazioni per far fronte agli attacchi esterni e per risolvere i problemi di sicurezza in periodi di tempo sempre più ristretti. Le aziende IT stanno investendo molto, sia su sistemi innovativi capaci di prevenire le falle nei sistemi, sia sulla formazione continua del personale, per implementare le forme di sicurezza successive alle violazioni.

In questo contesto, già nel 2015, la ricerca Network Instruments State of the Network Study aveva evidenziato come l’85% dei team che si occupano di networking sia regolarmente impegnato a verificare i livelli di sicurezza di sistemi e infrastrutture. E oggi questo trend, oltre ad essere confermato, getta le basi per rendere la figura del network manager, le cui mansioni cambiano con il modificarsi del mondo IT, ancora più influente.

Per una qualsiasi azienda che vuole essere competitiva sul mercato, infatti, management e security rappresentano due aree destinate a lavorare fianco a fianco, sempre di più. Coniugare IT e sicurezza permette di risolvere un divario che ha rischiato, in passato, di diventare critico per lo sviluppo del business e per la preservazione stessa delle organizzazioni. E il network manager è cresciuto, come figura professionale, proprio in questo solco. Per proteggere le aziende, con la sua ampia conoscenza del funzionamento delle infrastrutture. Implementando competenze trasversali. Formandosi in modo continuo per restare al passo con i tempi. Facendo combaciare skill gestionali e quelle di governance dei rischi.

Secondo numerosi esperti di sicurezza, la vulnerabilità di un’azienda parte proprio dalla complessità delle infrastrutture di rete. Da una parte, infatti, una struttura difficile da penetrare ha la capacità di sapersi proteggere meglio dai tentativi di attacchi esterni. Ma nel momento in cui quella struttura viene violata, e spesso succede ancora oggi, è necessario che ad intervenire e a presidiare la situazione di crisi ci sia una figura capace di conoscere perfettamente tutti i particolari di quella infrastruttura. Quella figura è proprio il network manager.

Un ruolo che intercetta sempre di più e sempre meglio l’esigenza delle aziende di trovare una nuova forma di leadership al proprio interno, capace di coniugare conoscenza, esperienza e formazione, con l’obiettivo di far crescere l’intero business in modo più strutturato e sicuro.


5G: i problemi non mancano, ma l’Italia ha preso la strada giusta

0 Commenti Pubblicato il 2 luglio 2018in Ultime Notizie

Continuano spedite le sperimentazioni nelle principali città italiane per il 5G, nonostante le criticità sulle emissioni elettromagnetiche rischino di rallentare la roadmap

Sul 5G, le sperimentazioni in Italia proseguono, ma le criticità ancora non mancano. È questo quanto emerso dal Forum PA 2018, in occasione del convegno “Connettività: le amministrazioni e i territori verso la sfida del 5G”.

Nel nostro Paese, infatti, un ostacolo sottovalutato rischia di intralciare il cammino verso la connettività di quinta generazione. Si tratta dei problemi relativi alle emissioni elettromagnetiche, e ai loro limiti legislativi. Sul tema delle antenne 5G, infatti, manca ancora un vero coordinamento tra le istituzioni. E la disinformazione a riguardo, rischia di influenzare non poco l’intero processo.

Il 5G necessita di un numero di antenne superiore rispetto a quello attuale, già dalla fase delle sperimentazioni. Un fatto, questo, che ha destato preoccupazione in molti. In realtà, le emissioni delle antenne di nuova generazione sono molto più contenute rispetto alle attuali infrastrutture, grazie alle nuove tecniche di instradamento del segnale. E i limiti in Italia sono molto stringenti. Anche troppo, rispetto agli standard europei.

Il rischio infatti è di partecipare alla corsa verso l’innovazione con una zavorra in grado di rallentarla. E per questo motivo, gli operatori TLC stanno chiedendo con forza alle istituzioni di rivedere le norme e di adeguarle il prima possibile agli standard europei. Anche perché i feedback giunti dalle prime sperimentazioni sono molto positivi. Sia nelle cinque città test scelte dal MISE – Milano, Bari, Matera, L’Aquila, Prato -, sia in altre località italiane come Torino, Roma, Genova la roadmap prosegue bene. E la risposta del 5G fa pensare con ottimismo al futuro.

La connettività di quinta generazione getterà le basi per un mercato enorme, dal valore di 1,2 miliardi di dollari di ricavi in dieci anni, in tutto il mondo. E solo in Italia, la digitalizzazione permetterà ai player ICT di generare qualcosa come 78 miliardi. Una vera rivoluzione, che cambierà anche il nostro modo di intendere la quotidianità. Dalla sanità, in cui il 5G permetterà alla chirurgia a distanza di prendere il volo, all’agricoltura, dove l’investimento principale è sulla cosiddetta “agricoltura di precisione”, che solo il 5G riuscirà a garantire; fino al comparto industriale, in cui l’Italia ha guadagnato terreno con il piano Calenda, pur avendo ancora molto da lavorare.

Che il 5G sia la strada da perseguire, lo confermano i dati: i player del settore ICT cresceranno del 13,6% ogni anno. Ma a confermarlo, sono anche i casi concreti. E uno, l’Italia ce l’ha proprio al suo interno: si tratta di San Marino, che sarà la prima nazione europea ad avere una rete 5G.

Un grande passo in una piccola realtà, che testimonia come il mercato globale sia destinato a cambiare, con l’avvento del 5G.


Il futuro dello smart working? Passa dal controllo degli accessi

0 Commenti Pubblicato il 28 giugno 2018in Ultime Notizie

Sono numerose le sfide-chiave che le organizzazioni devono affrontare per garantire la sicurezza dei dati e per favorire l’evoluzione dello smart working

Lo smart working? È il presente e il futuro del mercato del lavoro, ma serve più controllo degli accessi. Il tema della sicurezza informatica relativa ai dati sensibili è più attuale che mai. Allo stesso modo lo è il telelavoro, visto ormai dal 36% delle grandi aziende in Italia come una necessità strategica fondamentale, secondo quanto emerso dagli ultimi dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano.

Per proteggere i dati, però, le organizzazioni si vedono oggi costrette ad applicare una serie di principi di base. Principi che si riassumono nella necessità di restringere in modo selettivo l’accesso ai dati personali, per permettere a chi lavora da remoto di usare in maniera sicura i sistemi di riferimento.

Per un’azienda è fondamentale garantire che gli utenti siano davvero chi dicono di essere, e che abbiano l’accesso appropriato per fare ciò che devono essere in grado di fare, in accordo con le loro credenziali. Senza autenticazione, infatti, non può esserci sicurezza. E senza sicurezza, non esiste lavoro da remoto. Controllare gli accessi in ottica di smart working non è facile. E in particolare, sono cinque le sfide-chiave che le aziende devono dimostrare di saper vincere.

In primo luogo, l’applicazione di politiche persistenti. La maggior parte dei lavoratori che opera da remoto lo fa oggi in ambienti ibridi: dai server locali ai cloud, passando per uffici, case, hotel, auto e coffee shop con hot spot aperti. È necessario quindi uniformare le vie di accesso per ogni utente, per ristabilirne la sicurezza. Ma non solo.

Altro aspetto fondamentale per un’azienda è la decisione del modello di controllo più appropriato, in relazione ai dati che si stanno elaborando. Serve quindi che un’organizzazione decida se attuare un controllo di tipo discrezionale (DAC) in cui il proprietario dei dati decide in merito agli accessi. Oppure un controllo di tipo vincolato (MAC), in cui i diritti di accesso vengono assegnati in base alle normative di un’autorità centrale. O ancora, se utilizzare il modello RBAC, più recente, che concede l’accesso in base al ruolo dell’utente e implementa i principi di sicurezza-chiave a seconda del ruolo che investe.

A seconda della strategia esplorata nelle prime due sfide-chiave, ogni organizzazione deve poi rendere sicuro l’accesso dei dati per lo smart working, affrontando tre ulteriori sfide. La prima, implementare le tecnologie a supporto dei sistemi di accesso. La seconda, sensibilizzare i processi di autorizzazione degli accessi rivendendoli periodicamente. La terza, mostrare quanta più flessibilità possibile.

In un mondo in cui il cybercrimine mescola in fretta le proprie carte, infatti, anche le politiche di sicurezza devono mostrarsi dinamiche. E in questo contesto, gli ambienti IT odierni devono considerare il controllo degli accessi non come un compito periodico da portare a termine, quanto come un’infrastruttura tecnologica vivente, capace di riflettere i cambiamenti con mobilità e versatilità. Per il bene delle organizzazioni, ma anche per una corretta valorizzazione del concetto stesso di smart working.


Turismo spaziale, l’Italia prende il volo: ecco il primo spazioporto

0 Commenti Pubblicato il 26 giugno 2018in Ultime Notizie

Sorgerà in Puglia, a Taranto-Grottaglie, entro il 2020. Ed è la prova della crescita di un mercato, quello del turismo spaziale, destinato a cambiare il mondo

 

Sul turismo spaziale, l’Italia risponde presente. Entro il 2020, infatti, sorgerà il primo spazioporto italiano per i futuri voli nell’orbita. Una base che verrà realizzata in Puglia, nella località di Taranto-Grottaglie e che porrà l’Italia al centro, come punto di riferimento privilegiato per nuovi investimenti.

Sostenibilità ambientale del progetto e interventi strutturali limitati. Sono stati questi i due punti di forza che hanno permesso alla località pugliese di rispettare i requisiti identificati dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti, in collaborazione con l’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), l’Aeronautica militare e l’Agenzia spaziale italiana (Asi).

Lo spazioporto pugliese favorirà il turismo spaziale in Italia. Un mercato in crescita e che sta per diventare, sempre di più, una realtà effettiva di cui tener conto. Chi lo desidera infatti, e chi ne ha disponibilità economica, potrà imbarcarsi su un volo suborbitale ed essere protagonista di un’esperienza mai provata prima da turisti e profani dello spazio. I costi, ovviamente, sono ancora proibitivi ai più: per un volo di andata e ritorno, si parla di circa 250mila dollari a persona. Non poco. Anche se le pre-prenotazioni, fanno sapere le compagnie hi-tech impegnate in questa sfida tecnologica, sembrano già andare a gonfie vele.

Ma come sono fatte le navette? I veicoli in partenza dagli spazioporti come Taranto-Grottaglie non sono dissimili agli aerei di linea di oggi, nelle forme. E sono capaci di trasportare fino a 500 turisti all’anno in “crociera”, a quote superiori a 100 chilometri di altezza. Dalla base pugliese decolleranno i turisti spaziali della Virgin Galactic di Richard Branson, il magnate britannico che prima di tutti ha creduto nella creazione del turismo spaziale e che ora sta cogliendo i primi frutti della sua idea.

Nell 2020 i voli dalla Puglia consisteranno in un viaggio “semplice” in cui i turisti dello spazio potranno sperimentare l’esperienza dell’assenza di peso, per poi tornare quasi immediatamente alla base. In futuro però, le prospettive sono ben più ampie. Sarà possibile infatti anche soggiornare in hotel di lusso spaziali come Aurora, della Orion Span. Una struttura che dovrebbe essere inaugurata entro il 2022.

La digitalizzazione dei servizi contribuisce quindi, sempre di più, ad aprire una nuova porta verso il futuro. E il turismo spaziale nella base pugliese porterà con sé sviluppo tecnologico e scientifico, nonché opportunità industriali e commerciali. Il periodo storico per il nostro Paese, del resto, sembra essere davvero quello giusto. Dopo la positiva esperienza pugliese, anche il Distretto Aerospaziale della Campania si è candidato per diventare punto di riferimento internazionale per mezzi e tecnologie destinati ai voli suborbitali. Una nuova potenziale base per i voli suborbitali, per un mercato che cambia e cresce, sempre di più.


Stadi smart ed e-sport: l’Italia (fuori dal Mondiale) che si ridesta

0 Commenti Pubblicato il 21 giugno 2018in Ultime Notizie

Nonostante il mancato accesso al torneo in Russia, il nostro movimento calcistico può abbozzare un sorriso: con gli stadi smart, si apre la porta al futuro

Dal punto di vista calcistico, grazie a stadi smart ed e-sport, il nostro Paese può abbozzare un sorriso. Nonostante in queste settimane la nazionale italiana di calcio, per la prima volta dal 1958, non stia disputando i Mondiali, il fenomeno della digitalizzazione dei servizi sta contagiando sempre di più anche il nostro movimento. Secondo i dati dell’ “Osservatorio innovazione digitale nello sport” dello School of management del Politecnico di Milano, le società sportive hanno intrapreso una svolta tecnologica a lungo attesa.

Al centro di questa tendenza c’è l’idea di un impianto, lo stadio, non più visto come semplice luogo in cui assistere a un evento sportivo. Gli stadi smart infatti vengono considerati come dei Tradium, ovvero strutture capaci di unire i concetti di trade e stadium. Le strutture oggi permettono ai tifosi di usufruire di una serie di servizi, che arricchiscono l’intera esperienza nel luogo. Dai musei ai punti di ristoro, dai negozi agli spazi e-game per i giovani: è questo il mix pensato dalle società calcistiche per far diventare le strutture degli stadi un punto di aggregazione sul territorio. In questo contesto, un ruolo di riferimento se lo è ritagliato l’Allianz Stadium di Torino, il nuovo impianto della Juventus F.C. che ha saputo intercettare tutte le necessità della digitalizzazione dei servizi, trasformandolo in una sfida vinta. E se Torino ha fatto da apripista, le altre città si stanno timidamente avviando verso un modello simile.

L’innovazione, comunque, non fa rima solo con stadi smart. Parte della rivoluzione digitale del movimento calcistico italiano, infatti, passa dalla diffusione sempre maggiore del fenomeno dell’e-sport professionale. Roma e Genoa. Ma anche Sampdoria e Cagliari. Sono questi i club italiani che si sono fatti notare per la creazione di una squadra virtuale. Quello che potrebbe sembrare un investimento superficiale, infatti, si sta rilevando una ghiotta opportunità di business e di crescita. Secondo i dati del “2017 Global eSports Market Report” di Newzoo, infatti, l’e-sport vale oggi quasi 700 milioni di dollari nel mondo, con un raddoppio dei ricavi in tre anni.  Dai circa 325 milioni di dollari del 2015, ai 493 milioni del 2016, fino agli attuali 696 milioni.

Se quindi l’Italia, a livello di club, si sta finalmente ridestando da un torpore troppo lungo – l’età media degli stadi è ancora altissima, 64 anni –, nei Mondiali in Russia a cui la nostra nazionale non partecipa si conferma lo stesso la bontà della tecnologia e dei nuovi orizzonti. Dalla Var alla goal line technology, dal monitoraggio medico fino all’Electronic Perfomance and Tracking System, un sistema attraverso cui i giocatori possono fornire informazioni tattiche alle panchine in tempo reale, sono sempre più numerose le attività in ottica high-tech applicate al calcio.


Il manifatturiero italiano? È pronto alla rivoluzione digitale

0 Commenti Pubblicato il 31 maggio 2018in Ultime Notizie

Secondo una ricerca Interoute, il 68% delle aziende del settore manifatturiero italiano nutre grande fiducia nei confronti della digitalizzazione dei servizi

Anche per il manifatturiero italiano, si è aperta l’era della digitalizzazione dei servizi. Secondo una ricerca Interoute, infatti, il 68% delle aziende del settore industria e ingegneria, nutre grande fiducia nei confronti della trasformazione digitale. E si attende che il progresso garantito dall’Industry 4.0 possa portare a un reale cambiamento dei processi produttivi.

Secondo i dati riportati da Markit Economics, dal settore manifatturiero italiano emergono dei promettenti segnali di crescita, per il 2018. Un anno dal trend positivo. E che sta facendo dimenticare i fantasmi del passato, quando nel 2009 l’intero comparto manifatturiero crollò, toccando punte del -25%. In questa cornice di ripresa, invece, la digitalizzazione si sta ritagliando un ruolo preponderante. E le imprese, complici anche il Piano Industry 4.0 del governo italiano, guardano all’innovazione con più fiducia.

Secondo i dati riportati dalla ricerca di Interoute, estratti dal report “The challenges facing European IT decision-makers engaged in digital business transformation”, l’obiettivo principale delle aziende del settore manifatturiero italiano, quando si parla di digital transformation, è il miglioramento della customer experience. Per il 49% delle aziende interpellate, infatti, l’esperienza del cliente costituisce una priorità assoluta in questo percorso di trasformazione. Un aspetto importante, all’interno del quale sono espresse due necessità in particolare. Da una parte, l’idea di poter usufruire di una dorsale digitale che sia capace di garantire la connettività necessaria in tutte le fasi del processo. Dall’altra, l’utilizzo di una rete adatta al contesto della supply chain, che consenta di fornire un’esperienza di acquisto più piacevole per gli utenti.

La ricerca Interoute sul rapporto tra il settore manifatturiero italiano e la digitalizzazione dei servizi ha rivelato anche le chiavi di cui le aziende hanno bisogno per interpretare al meglio i processi di trasformazione digitale. Le principali sono quattro. Da un lato, secondo il 66% delle imprese, la messa a disposizione di piattaforme IT automaticamente scalabili, e la messa in sicurezza dell’intera architettura (63%). Dall’altro, invece, l’evoluzione continua dei processi (59%) e la presenza di piattaforme digitali in grado di connettere le applicazioni cloud tempestivamente (52%).

La sfida, insomma, è alla portata. Ma le difficoltà non mancano. Il 56% delle aziende, infatti, ammette ancora oggi di non essere in grado di adattare le proprie strutture aziendali alle nuove tecnologie, per innescare il cambiamento garantito dalla digital transformation. E in questo contesto, il dialogo tra società fornitrice di servizi innovativi e organizzazione desiderosa di innovare è fondamentale.

Lo sa bene Danieli, azienda leader del settore manifatturiero italiano, specializzata in attrezzature e impianti per il siderurgico. Danieli si è affidata a Interoute per la fornitura di una rete virtuale privata (VPN) capace di garantire elevate prestazioni di connettività per tutti i siti dell’azienda. Una sfida che le due organizzazioni, assieme, sono riuscite a vincere.


Dal Regno Unito all’Italia, la fibra Interoute ha un cuore paneuropeo

0 Commenti Pubblicato il 28 maggio 2018in Ultime Notizie

Per rispondere alle esigenze sempre maggiori delle aziende desiderose di innovarsi, la fibra Interoute sta continuando a crescere. E per farlo, punta sull’Europa

Prestazioni migliori e maggiori capacità di traffico, larghezza di banda a bassa latenza e abbattimento dei costi: la fibra Interoute, ogni giorno, affronta e intercetta le necessità di decine di aziende in tutto il mondo. Sempre di più. Le esigenze di business infatti sono crescenti. Da qui al 2020, il volume del traffico di internet globale sarà di quasi 100 volte superiore a quello registrato nel 2005. E Interoute, in questa cornice di cambiamento, rappresenta un interlocutore credibile per tutte le organizzazioni bisognose di requisiti sempre più raffinati per affrontare, e vincere, le sfide della digitalizzazione dei servizi.

In questo scenario, la fibra Interoute continua a sua volta a crescere. Mostrarsi all’altezza delle richieste del mercato e delle imprese desiderose di innovarsi è possibile. E per capire in che modo questa fibra si stia sviluppando, è necessario fare un breve, ma significativo, viaggio in giro per l’Europa. A partire da nord, dove Interoute ha di recente annunciato il lancio di nuove rotte a 100G, che permetteranno alle grandi aziende di trasportare il traffico dal Regno Unito all’Europa senza attraversare l’area di Londra. Un’infrastruttura significativa, che offre una connettività senza pari in tutto il mondo e che premia la diversità dei percorsi. L’obiettivo è di gettare le basi per incrementare l’efficienza a minor costo, garantendo al tempo stesso una migliore resilienza informatica.

Da nord al centro, Interoute continua a essere protagonista. Di recente, infatti, è stata annunciata la fornitura di oltre 4mila chilometri di dark fiber nel cuore dell’Europa. Dal Regno Unito all’Italia, passando per Austria, Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Svizzera, la fibra Interoute consentirà alle società di social media networking di soddisfare la crescente domanda degli utenti. Come? Attraverso l’utilizzo di provider OTT, capaci di gestire in modo omogeneo, continuativo e affidabile la banda di rete necessaria alle imprese per la gestione dei propri servizi.

L’ottica paneuropea, per la digitalizzazione dei servizi e per le sfide dell’innovazione, rappresenta una condizione necessaria e sufficiente. Per questo il viaggio della fibra Interoute non si ferma qui. E continua fino all’area sudoccidentale d’Europa, dove di recente Interoute è stata selezionata per la distribuzione di oltre 1000 chilometri di dark fiber nell’intera regione. Uno step innovativo importante, che permetterà alle organizzazioni di usufruire di un’infrastruttura solida, capace di sostenere l’utilizzo intensivo della larghezza di banda in modo omogeneo.

Una sfida da vincere e affrontare assieme, per far sì che le opportunità di business possano concretizzarsi in realtà. Sia per Interoute, che per i propri partner.