Innovare nel mercato digitale: ecco la ricetta che emerge dal per superare la crisi economica, alla luce dell’andamento del mercato nel 2016 e delle previsioni per l’anno in corso. La ricerca, realizzata in collaborazione con NetConsulting Cube, evidenzia una crescita del mercato digitale italiano superiore alle attese, facendo registrare un aumento dell’1,8% rispetto al 2015 con un’ulteriore previsione di crescita per il 2017 del 2,3%.
Il mercato digitale italiano mostra quindi segni di vitalità e un trend di crescita che consolida i risultati degli anni scorsi, con un giro d’affari complessivo di oltre 66 miliardi di euro. Considerando le singole componenti, sono in crescita dispositivi e sistemi (+1,4%), software e soluzioni applicative (+4,8%) e i servizi IT (+2,5%) mentre i servizi di rete costituiscono l’unica voce in controtendenza (-1,1%). L’espansione del settore digitale sta inoltre avendo ricadute positive in termini occupazionali, soprattutto per quanto riguarda le funzioni dirigenziali e tecniche ad elevata qualificazione. Il settore occupa infatti 720.000 lavoratori, pari al 3,2% del totale degli occupati in Italia.

Molto positivo è infine il risultato delle startup innovative, il cui numero continua a crescere regolarmente con un aumento del 12% negli ultimi sei mesi del 2016, del 31% rispetto al 2015 e del 112% rispetto al 2014. Tra le 6.745 startup attualmente in attività, il 41% opera in ambito IT e software, mentre il 27% è attivo nel campo dei servizi di ricerca e sviluppo e delle attività professionali e tecniche.
Questi dati dimostrano come il trend dell’innovazione non riguardi solamente i reparti IT. Al contrario, il compito dei segmenti più innovativi è quello di coinvolgere ogni settore dell’impresa in direzione di un mondo più tecnologico, digitale e connesso. I Big Data e l’Internet of Things possono infatti costituire un volano di sviluppo per la realizzazione di prodotti sempre più innovativi e un’occasione per un’ulteriore crescita del mercato digitale, anche alla luce delle possibilità offerte dall’Industria 4.0.
Sono circa dieci i Paesi della nuova macro-regione, che comprende l’area del Mediterraneo e quella dei Paesi CEE e ha portato alla promozione di Simone Bonannini a VP Southern Europe, CEE and MEA
Una nuova macro-regione per favorire le opportunità di business dei propri clienti, un assetto che pone l’Italia come centro nevralgico. Interoute, negli scorsi giorni, ha annunciato una nuova organizzazione strategica, che mira a unire aree di intervento diverse, per rispondere in modo più efficiente e più efficace alle esigenze dei clienti. Sono circa dieci le realtà coinvolte in questo cambiamento strutturale: oltre all’Italia, anche Spagna, Grecia, Turchia, Russia, Polonia, Ungheria, Bulgaria e Romania.
Uno scenario che valorizza la posizione della penisola italiana, in quanto capace di sfruttare al meglio i recenti sviluppi che stanno caratterizzando il mondo delle Telco. Il Mediterraneo, del resto, rappresenta oggi più che mai un ponte tecnologico e geografico fondamentale, per i destini del mercato delle telecomunicazioni. Non solo per la sua capacità di legare il sud Europa al Medio Oriente e al Nord Africa, ma anche perché centro operativo di alcuni progetti infrastrutturali importanti: oltre a Open Hub Med (il primo polo neutrale e indipendente del Mediterraneo), anche la nuova serie di cavi sottomarini che comprende l’autostrada digitale SEA-ME-WE 5, inaugurata di recente. Ecco perché la nuova macro-regione di Interoute considera l’Italia come un punto strategico fondamentale.

In questi anni si occupa dello sviluppo del mercato italiano, permettendo a Interoute Italia di raddoppiare quasi il proprio fatturato, e alimentando il dibattito su temi cruciali per lo sviluppo del Paese, come la digitalizzazione dei servizi e la rete a banda ultralarga. Convinto che la creazione della nuova macro-regione sia un’occasione preziosa per l’azienda e per il Paese, Simone Bonannini ha dichiarato: “Siamo convinti che questa nuova struttura aziendale offra maggiori opportunità non solo per Interoute, ma anche per l’Italia, che si ritaglia un ruolo da grande protagonista all’interno della macro-regione, sia per la sua posizione geografica privilegiata, sia per la conoscenza più ampia e approfondita del mercato. Grazie al nuovo assetto – ha concluso Bonannini – la nostra penisola ha la possibilità di candidarsi a guida strategica nel mondo delle Telco, per l’intero continente europeo”.
Per maggiori informazioni sulla nuova macro-regione e sulla nomina di Simone Bonannini potete visitare il sito di Interoute.
Oltre 3mila espositori e 118 aziende da 70 Paesi di tutto il mondo, più di duecentomila visitatori in quattro giorni: al CeBit 2017 di Hannover, alle ultime frontiere dell’innovazione tecnologica, la digital transformation si è ritagliata un ruolo preponderante.
L’edizione 2017, che si è svolta dal 20 al 24 marzo scorso, ha visto come Paese partner il Giappone e come tema caldo la digitalizzazione dei servizi. L’innovazione tecnologica del resto è in continuo divenire e le prospettive, in termini di investimenti e di scenario, per il mondo digital sono sempre più rosee. Industry 4.0, Intelligenza artificiale e smart city hanno tenuto banco durante tutta la quattro giorni, nel corso di un evento che ha visto intervenire ospiti illustri: da Ray Kurzweil a Edward Snowden, fino alla cancelliera tedesca Angela Merkel.
I dati di oggi parlano chiaro. Come dimostrato anche nell’ultimo webinar di Mattew Finnie, CTO Interoute, la digital transformation è una sfida tecnologica che non si può più rimandare. Per vincerla, però, le aziende dovranno dimostrarsi capaci di pianificare bene gli investimenti per intraprendere il cammino del cambiamento, riposizionandosi sul mercato e intercettando le richieste dell’innovazione.

Non solo. Parlare di digital transformation al CeBit 2017 è significato anche approfondire un ulteriore ambito in evidente crescita: l’evoluzione della smart mobility, tema caldo anche in Italia. Se una recente ricerca patrocinata da Assolombarda ha evidenziato il ruolo della città di Milano nel contesto europeo, al CeBit 2017 è stata sottolineata invece l’importanza della digitalizzazione dei servizi applicata alla gestione logistica delle città nel suo complesso. Oggi, il 54% delle persone vive infatti in un contesto urbano ed entro il 2050 ci si attende che questa percentuale possa lievitare al 66%. Rendere quindi le infrastrutture cittadine più innovative, accessibili, semplici da vivere e comode per le persone rappresenta una sfida prioritaria.
Da questo punto di vista, la digital transformation potrà supportare le comunità e affermarsi pienamente nel processo di quella rivoluzione digitale che è già in atto. Il CeBit 2017 ha accolto le proposte e le provocazioni delle aziende IT. Ora la sfida è quella di mettere in pratica nella quotidianità delle persone, le eccellenze digitali frutto degli investimenti.
Con il termine smart working si intende generalmente una serie di pratiche legate al mondo lavorativo rese possibili dall’avvento delle nuove tecnologie e dalla conseguente trasformazione degli spazi di lavoro. Gli strumenti digitali stanno infatti permettendo di , in favore di un lavoro più “flessibile”, che può essere svolto al di fuori di esso, o anche da casa.
Lo è quindi un’etichetta potenzialmente capace di comprendere una gamma piuttosto ampia di situazioni, anche se possiamo provare a darne una definizione sintetica così:
L’innovazione legata allo smart working ha quindi permesso di andare oltre quella che potrebbe essere pensata come una semplice “informatizzazione del lavoro”. Negli ultimi anni si sono, infatti, sviluppate nuove forme di organizzazione e nuovi stili di lavoro, tra cui il :
Alla base dello smart working troviamo quindi una serie di tecnologie che permettono alle persone di restare connessi anche se fisicamente si trovano in luoghi diversi, e distanti, tra loro. Possiamo quindi classificare queste tecnologie, riunendole sotto la sigla :
Molte di queste tecnologie si affidano in particolare alle potenzialità offerte dal cloud computing, e vengono quindi indicate come :
Eccoci quindi al termine delle nostre pillole di tecnologia per il mese di marzo. Continuate a seguirci ogni settimana su Twitter con le nostre #EDUroute card! Il nostro profilo lo trovate qui:
La spesa IoT, da qui al 2020, lieviterà fino a 1.300 miliardi di dollari: per il report IDC, in Italia è prevista una spesa complessiva di circa 35 miliardi di dollari
Sul fenomeno , il report IDC parla chiaro: la stagione degli investimenti è bene avviata, ora si passa alla seconda fase. Secondo il documento realizzato dal gruppo, esperto in ricerche di mercato mondiale, la spesa complessiva per l’IoT sfiorerà infatti i 1.300 miliardi di dollari nel 2020. Un trend in crescita che coinvolgerà a pieno anche il nostro Paese: tra tre anni, in Italia la spesa prevista si aggirerà attorno ai 35 miliardi di dollari, con un tasso medio di crescita decisamente sostenuto (+19,5%) e una spinta per l’industria italiana non indifferente.
Secondo il report IDC a fare la voce grossa, più degli altri, da qui al 2020 sarà l’hardware: è qui, in questo comparto, che la spesa IoT lieviterà. Un segmento in cui le aziende sono ormai sempre più portate a investire, seguito da servizi, software e connettività. Uno scenario quindi diverso, rispetto a quello attuale: oggi i settori più attivi sono infatti il manifatturiero (nel 2016 sono stati quasi 180 i miliardi di dollari investiti in IoT), i trasporti e le utilities.
Nel report IDC, che ha tenuto in considerazione gli investimenti fatti nel mercato in 8 macro-regioni (USA, Canada, Giappone, Western Europe, Central ed Eastern Europe, Asia, Middle East e Africa, America Latina) comprendenti 53 Paesi in tutto il mondo, viene evidenziato un altro dato interessante. Una spinta agli investimenti, da qui al 2020, arriverà infatti dal segmento consumer che si posiziona, nelle previsioni degli esperti , al terzo posto per volume di mercato. Un dato significativo, che dimostra un fatto importante: il fenomeno Internet of Things non rimarrà prerogativa di poche realtà alta
Oltre alla digital transformation, alla computer intelligence e all’Industry 4.0, il report IDC sottolinea ulteriori nuove tendenze: i principali esempi sono rappresentati dall’arrivo delle piattaforme open data, dalla convergenza tra analytics e IoT e dall’aumento delle attività di memorizzazione, analisi e sfruttamento, comparti che ricoprono almeno il 40% dei dati generati dai device connessi. Tutte novità che dimostrano come il mercato dei driver e degli investimenti siano in continua evoluzione e che il 2017, per la spesa IoT, rappresenta un crocevia importante verso la piena affermazione.
Quando si parla di cloud computing, la performance di rete è tra gli elementi maggiormente trascurati. Spesso, infatti, le aziende preferiscono sottolineare le capacità delle loro macchine virtuali o le loro offerte legate ai sistemi di software, nonostante velocità, latenza e capacità (o throughput) di rete siano fattori determinanti per il funzionamento di qualsiasi applicazione cloud-based.
I compiti della rete all’interno di un’architettura cloud sono essenzialmente due. Da un lato collegare tra loro i luoghi fisici che ospitano le attività di storage e di elaborazione dei dati, che si trovano generalmente in almeno due luoghi geografici diversi. Dall’altro connettere i server sui quali si poggiano le applicazioni usate dagli utenti, che possono essere esterni (e quindi accedere via Internet) o interni (e quindi utilizzare reti WAN private). In entrambi i casi il tempo ideale di risposta, dall’input dell’utente alla visualizzazione a schermo, dovrà essere inferiore ai 200 millisecondi per non generare un’eccessiva attesa e causare insoddisfazione negli utenti.
Nonostante l’elevatissima velocità di trasmissione disponibile oggi, è comunque necessario considerare ulteriori due elementi per una corretta va
In questo senso, il Virtual Data Center (VDC) di Interoute può vantare la , nelle connessioni transatlantiche tra Europa e USA. Considerando che la latenza occupa la maggior parte del tempo di risposta a disposizione, infatti, per riuscire ad ottenere un’esperienza ottimale (circa 150 millisecondi sui 200 disponibili) anche il più piccolo miglioramento permette di disporre di un tempo maggiore per processare i dati a livello di data center. E rispetto agli altri provider di servizi cloud, i vantaggi presentati dal VDC Interoute appaiono evidenti.
Un ulteriore indicatore della performance di rete inoltre è costituito dal throughput, vale a dire la quantità di dati che può essere trasferita attraverso la rete in un dato periodo di tempo. A livello di data center, i principali provider di servizi cloud forniscono un valore medio di throughput di circa 0,3 Gb/s mentre il VDC di Interoute fa registrare livelli di 1,3 Gb/s tra Londra e Amsterdam, e di 1,1 Gb/s tra Londra e New York.
Al di là del puro valore numerico, è comunque fondamentale evidenziare come la performance di rete sia costante nel tempo: in questo senso, il VDC di Interoute consente di non dover scendere a compromessi, grazie alla backbone globale a bassa latenza ed elevato throughput, che permette di connettere velocemente i vari nodi che compongono il virtual data center.
Automazione e informatizzazione, virtualizzazione e cloud computing: sono questi alcuni dei pilastri della digitalizzazione dei servizi. La digital transformation sta diventando una priorità strategica per un numero sempre maggiore di aziende, e il trend a riguardo è in crescita. I numeri, in Italia, sono infatti incoraggianti: gli investimenti sul digitale compiuti nel decennio hanno avuto un incremento del +4%, anche se la strada da fare è ancora molto lunga: secondo uno studio del infatti, se si guarda alla digital transformation il nostro Paese si colloca appena 25esimo in Europa. Dietro ci sono solo Grecia, Bulgaria e Romania.
Come dimostra il Digital Transformation Drives Customer Engagement curato da , in ogni caso, le aziende hanno dovuto dare priorità agli investimenti sulla digital transformation come mai prima, in risposta alla rapida evoluzione delle esigenze dei clienti e dalle loro sempre crescenti aspettative. Comprendere il proprio vantaggio competitivo, per un’azienda, è oggi quindi un primo passo fondamentale. Allo stesso modo è importante incanalare le risorse adeguate per indirizzare la digitalizzazione dei servizi nella giusta direzione. I metodi per farlo? Li ha recentemente spiegati Matthew Finnie, CTO di Interoute, in un webinar dedicato, elencando i quattro passaggi da realizzare per avere successo in questo ambito. Un’azienda deve essere capace innanzitutto di pianificare gli investimenti per intraprendere il cambiamento. Poi, deve dimostrarsi brava a innovare per riposizionarsi sul mercato e a capire gli andamenti dell’innovazione per intercettare i suoi bisogni. Infine è necessario rendersi proattivi quando ci sono dei cambiamenti in corso.
Che la digital transformation assuma un ruolo sempre più importante lo sa bene anche Interoute, che da sempre vede nella digitalizzazione dei servizi una priorità. A supporto delle aziende, infatti, Interoute offre il servizio Interoute Cloud Connect (ICC), che opera come un “Acceleratore Cloud”. Lanciata nel 2015, ICC ottimizza in modo intelligente i flussi di dati delle applicazioni tra cloud delle sedi locali e il della sede centrale, e accelera i servizi fruiti attraverso il . Grazie a ICC, l’azienda ha la possibilità di garantire un risparmio di almeno il 50% rispetto alle soluzioni c
Altro servizio importante, presentato da Matthew Finnie nel suo webinar, è quello della . Si tratta di un’infrastruttura globale e sicura in grado di integrare una soluzione di Software Defined Network all’interno di una rete globale composta dai 17 nodi cloud del Virtual Data Center (VDC) di Interoute, in modo da ottimizzare le applicazioni e i servizi. In questo modo si permette alle aziende di integrare i sistemi legacy, digitali e di terze parti in un’unica piattaforma globale, sicura e connessa privatamente.
Una necessità sempre più sentita per le imprese, che attraverso la digitalizzazione dei servizi potranno gettare così le basi per il loro futuro.
Una rete MPLS ad alta capacità per gestire il trasferimento dei dati, un servizio di qualità per collegare le sedi dell’azienda in Cina e in Europa: , produttore francese di sciroppi aromatizzati venduti in 145 paesi in tutto il mondo, ha scelto Interoute come partner tecnologico. L’obiettivo è quello di creare un ponte tra lo stabilimento dell’azienda a Jiaxing, in Cina, con l’Headquarter di Bourges, in Francia. E tra le prospettive di quest’anno, si aggiunge anche quella di collegare queste due sedi con un terzo impianto produttivo a Kuala Lumpur, in Malesia.

Non è un caso che Interoute, oltre ai servizi di rete MPLS, ospiterà anche il sito web di di MONIN, oltre ai dati aziendali nei nodi Virtual Data Center (VDC) di Hong Kong e Singapore. Inoltre, consentirà a MONIN uno scambio affidabile e sicuro dei dati, la sincronizzazione e il provisioning rapido di file per le funzioni di business quali R&S e marketing, in tutto il mondo.
Uno sguardo volto al futuro, una partnership consolidata da una stima reciproca, per la soddisfazione di Pierre-Eric Cognard, Group CIO e DO di MONIN: “Ho lavorato con Interoute in numerose occasioni in passato, naturale conseguenza è stato quindi consultarli nel momento in cui abbiamo dovuto scegliere un operatore di rete per il nostro stabilimento in Cina”. Cognard ha poi sottolineato: “Con Interoute abbiamo un unico punto di riferimento in tutto il mondo, invece di diversi provider locali. Abbiamo anche accesso a un supporto tecnico 24 ore su 24, 7 giorni su 7, così come dei referenti commerciali dedicati. In questo modo, rafforziamo la coerenza nelle nostre infrastrutture e sistemi, e, avendo ovunque la stessa tipologia di servizio, anche la gestione è molto più semplice”.
Per maggiori informazioni sulla partnership tra Interoute e MONIN, è possibile trovare il Comunicato Stampa integrale qui.
Ultrabroadband, la torta vale potenzialmente 380 miliardi di euro: a dirlo un report realizzato da , una società di ricerca e consulenza specializzata nel settore delle utilities. Lo , infatti, stima che la realizzazione di una moderna rete a banda larga in Italia garantirebbe al Paese benefici a nove zeri, solamente nel periodo . Il dato dei 380 miliardi è il più alto fra tutti gli altri settori analizzati (oltre alle telecomunicazioni, anche energia, logistica, idrico, rifiuti, autostrade e ferrovie). E il risultato si basa su un’analisi costi/benefici che considera sia gli impatti diretti generati nella fase di realizzazione dell’infrastruttura, sia gli impatti indotti, generati dalla possibilità di usufruire di servizi innovativi ad alto valore aggiunto.
La ricerca, nel caso specifico della categoria ultrabroadband, prende quindi in esame più servizi applicati: dall’ al telelavoro, dal alla formazione universitaria a distanza. E per ottenere la cifra dei 380 miliardi di euro, il rapporto realizza la più classica delle differenze aritmetiche. Da una parte le voci di costo, pari a 139 miliardi, nella quale troviamo gli investimenti infrastrutturali pubblici e privati, i costi di implementazione dei servizi e i costi addizionali per la promozione tecnologica. Dall’altra, invece, i benefici. In questa categoria troviamo sia quelli diretti (i posti di lavoro creati e la riduzione dei costi su tutti) sia quelli indotti (mobilità sostenibile, aumento dell’efficienza), per un totale di 518 miliardi di euro.
La strada insomma è aperta, ma va imboccata nella maniera più giusta per usufruire al meglio dei vantaggi. Agici, infatti, con questo report lancia un allarme di cui tenere conto. Il gap infrastrutturale della nostra penisola rispetto agli altri Paesi comunitari è ancora molto rilevante e i 380 miliardi possono trasformarsi facilmente da “benefici potenziali” a “costi del non fare”, se la rete ultrabroadband non si concretizzerà. Inolt
Non tutto, però, è negativo. Nonostante la spesa per gli investimenti pubblici si sia ridotta del 5%, infatti, secondo il report Agici l’IoT ha ottime potenzialità sia per semplificare le operazioni sia per favorire lo sviluppo di smart grid nell’ambito delle smart city. Non solo. Come evidenziano i dati 2015 della Commissione Europea, l’ultrabroadband è in crescita e la copertura delle connessioni ad almeno 30 Mbps è nettamente migliorata: dal 36,3% del 2014 al 43,9% del 2015. Il trend è inoltre positivo anche per il tasso di penetrazione, che è aumentato non di poco, con una percentuale di sottoscrizioni che è passata dal 3,8% del 2014 al 5,4% del 2015.
Numeri incoraggianti, insomma, di cui tener conto per alimentare ulteriormente la consapevolezza della banda ultralarga nell’Italia del domani.
Il tema della digital transformation è ormai tra le priorità delle aziende italiane e l’adozione delle tecnologie SD-WAN costituisce un driver di sviluppo sempre più importante. La digitalizzazione dei servizi, infatti, permette di migliorare la user experience dei propri clienti, favorendo i pagamenti digitali e semplificando i passaggi burocratici.
La digital transformation è strettamente legata all’accesso alla banda larga e ultralarga: il cloud ospita già tra il 30% e il 50% del traffico dati delle grandi imprese e accoglierà entro il 2030 anche l’80% del deployment di applicazioni. In questo contesto, secondo un recente studio SDX Central, mentre la larghezza di banda fa registrare una crescita media annua del 20% e le infrastrutture cloud-based
Queste tecnologie permettono, infatti, di creare delle reti ibride capaci di offrire diverse possibilità di connessione in tempo reale. Si tratta dell’implementazione del concetto di Software Defined Network (SDN) a livello delle reti geografiche aziendali, che si pone l’obiettivo di trasformare i network tradizionali in piattaforme dinamiche e ottimizzate. Le applicazioni assumono quindi un ruolo centrale, anche perché questo genere di visione viene esteso a qualsiasi tipologia di infrastruttura: non solo lo storage ma anche la sicurezza, i data center e, appunto, le reti geografiche. Del resto, l’utilizzo dei Software Defined Network è sempre più diffuso all’interno di un mondo nel quale la delocalizzazione dei data center e degli utenti è sensibilmente aumentata, e in cui ogni giorno nascono nuovi servizi e applicazioni.
Le tecnologie SD-WAN, che sono in grado di reagire alle alterazioni della rete garantendo continuità al servizio, non hanno tuttavia la volontà di rimpiazzare le reti MPLS già esistenti e apprezzate da molte aziende per le loro molteplici funzionalità. L’obiettivo, piuttosto, è di affiancare le soluzioni già usate oggi, alle tecnologie che stanno emergendo. In questo modo è possibile gettare le basi per un sistema che permetta la loro compresenza, dando vita al cosiddetto Hybrid-WAN. Il risultato è una soluzione integrata che permette di beneficiare di un livello più elevato in termini affidabilità e flessibilità, a fronte di una complessiva riduzione dei costi.
Tutti questi temi saranno anche al centro del webinar in programma giovedì 16 marzo alle 15.00 (ora italiana), tenuto da Mark Lewis, EVP Products and Development di Interoute. Il suo intervento sarà un’occasione per discutere i cambiamenti in corso all’interno del settore IT e del panorama tecnologico di riferimento. Verranno inoltre analizzate le situazioni di maggiore criticità che potrebbero spingere le aziende ad adottare le tecnologie SD-WAN, così come le loro preoccupazioni e le loro resistenze a questo delicato periodo di transizione.
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