Per domare il caos-sicurezza, le tecnologie Sd-Wan sono la risposta

0 Commenti Pubblicato il 11 Ott 2018in Ultime Notizie

Applicare le tecnologie Sd-Wan in ambito sicurezza permette alle aziende di affrontare gli attacchi esterni, e di proteggere meglio i sistemi

Resilienti, affidabili, performanti: le tecnologie Sd-Wan continuano a rappresentare una barriera perfetta a difesa dei sistemi tecnologici di oggi e di domani.

In un contesto sempre più difficile da gestire, dove la sfida più delicata è quella della sicurezza, l’obiettivo per le aziende deve essere quello di proteggere non solo i singoli terminali, ma l’intero sistema nel suo complesso. E su questo, le tecnologie Sd-Wan possono rivelarsi molto utili.

Secondo un sondaggio elaborato all’interno del report “Enterprise Networks In Transition: Taming the Chaos”, il 91% dei responsabili IT classifica la sicurezza come una delle prime tre priorità della propria azienda. E un addetto ai lavori su tre crede che per “domare il caos” delle reti, la sicurezza debba essere considerata in stretta relazione con la pianificazione, l’implementazione e la gestione delle reti.

La costante espansione dei dispositivi mobili, da questo punto vista, non aiuta. Dover ridefinire continuamente i confini della rete, infatti, non è di supporto a chi si sta impegnando per proteggerla dagli attacchi esterni. Anche perché oggi gli utenti hanno sempre più canali a disposizione, e ciò comporta una diversa distribuzione e una differente gestione dei sistemi rispetto al passato.

Ma è proprio su questo aspetto, che le tecnologie Sd-Wan possono essere di supporto. Essendo governate da un’applicazione software in grado di monitorare continuamente ciò che accade e di riconfigurarle in tempo reale, infatti, il vantaggio è duplice.

Da una parte permettono di semplificare la configurazione della rete attraverso delle policy che fissano vari livelli di servizio, di qualità del servizio e di caratteristiche dei flussi, lasciando al sistema di potersi auto-adattare per soddisfarli. Dall’altra, invece, le tecnologie Sd-Wan danno anche la possibilità di ripensare completamente i processi di gestione, riducendone i costi e implementandone l’efficienza.

Non sorprende quindi che siano proprio le tecnologie Sd-Wan a rappresentare un’ancora di salvataggio per il futuro. Il 76% degli operatori IT concorda nel richiedere nuove soluzioni per migliorare la visibilità e il controllo dei sistemi. Il 69% dichiara invece che userà la biometria in casi d’uso di network security. Mentre il 57% farà uso di intelligenza artificiale. L’Sd-Wan, in questa panoramica, ha un ruolo preponderante. Ed è considerato fondamentale per l’evoluzione delle reti enterprise, dal 71% dei responsabili IT.

I motivi per cui le tecnologie Sd-Wan siano così preziose sono essenzialmente tre. Le grandi aziende globali, in particolare, credono infatti che siano la convenienza e la facilità di deployment (48%), l’affidabilità (36%) e la flessibilità in relazione al traffico (34%) i loro tre punti forti primari. Tre fattori che fanno il paio con la caratteristica della resilienza, che da sempre pone l’Sd-Wan come soluzione credibile. E che aiuteranno gli addetti ai lavori a “domare il caos” nei loro sistemi, senza comprometterne la produttività.

 

 


Europac e GTT unite nella sfida dell’innovazione e della sostenibilità

0 Commenti Pubblicato il 8 Ott 2018in Ultime Notizie

Azienda tra le più innovative d’Europa nel settore dell’imballaggio sostenibile, Europac utilizzerà i servizi SD-Wan di GTT per ottimizzare le performance

Dopo aver guardato ad est, GTT continua la propria crescita in Europa. E rinnova una partnership con un cliente di lunga data già appartenente ad Interoute, che da GTT è stata di recente acquisita. Un gruppo competitivo, e in forte crescita. Stiamo parlando di Europac, azienda tra le più innovative d’Europa nel settore dell’imballaggio sostenibile. Che ha deciso di sfruttare la rete Sd-Wan di GTT per collegare i suoi 18 stabilimenti di carta ed imballaggi, e i sei di gestione dei rifiuti, distribuiti in tre Paesi: Spagna, Francia, e Portogallo.

Nato nel 1995, il gruppo Europac può contare oggi su circa 2.300 dipendenti, ed è proprietario di tre impianti di cogenerazione d’energia. Con un fatturato di 1,3 miliardi di euro l’anno, rappresenta una vera e propria eccellenza nel settore, nell’intero continente europeo. Unico produttore di carta kraft e carta rivestita nel sud Europa, è infatti leader nella produzione in Portogallo, e secondo produttore di carta riciclata in Francia e nelle penisole iberiche.

Due delle necessità di Europac erano, e sono, quelle di ottimizzare le performance delle proprie applicazioni e dei propri servizi, e di valorizzare al meglio i processi dell’intera catena di valore dell’industria dell’imballaggio. Spinto da questo obiettivo, il gruppo ha deciso quindi di investire sull’Sd-Wan di GTT, che permetterà a Europac di implementare anche una strategia di supply chain di grande livello. Con una gestione dei cambiamenti, nelle fasi produttive, più competitiva.

“La tecnologia Sd-Wan aggiunge flessibilità e ci permette un’efficiente ottimizzazione della nostra rete, così da supportare le nostre applicazioni cloud-based, che rappresentano un aspetto di fondamentale importanza nell’ottica della strategia digital dell’aziende”, ha commentato David Casas, head of infrastructure and communications di Europac Group.

I servizi di rete e comunicazione targati GTT consentiranno infatti di velocizzare e integrare le funzioni operative interne alle sedi di tutta Europa del gruppo. Non solo. Il data center di Madrid di Europac, grazie all’accordo annunciato lo scorso settembre, potrà usufruire di una piattaforma voice over IP (VoIP) capace di operare su tutte le divisioni europee.

In questo periodo storico, le tecnologie Sd-Wan sono considerate da sempre più esperti IT uno strumento indispensabile per la gestione delle reti, e per garantire un livello di sicurezza sufficiente a non compromettere il rendimento della produzione. Una priorità, anche per GTT.

“Aiutiamo i nostri clienti a connettere le persone all’interno delle organizzazioni, in tutto il mondo, e a qualunque applicazione presente nel cloud”, ha commentato soddisfatto il presidente e CEO di GTT, Rick Calder. Che ha evidenziato come l’obiettivo dell’operatore IT sia quello di “ridefinire le comunicazioni globali per supportare clienti come Europac”. Un sostegno virtuoso, volto a un futuro in cui tecnologia, efficienza e sicurezza possano correre di pari passo.


Per spiccare il volo, l’e-commerce italiano deve guardare all’estero

0 Commenti Pubblicato il 4 Ott 2018in Ultime Notizie

Continua la crescita dell’e-commerce italiano: +13,6% a luglio. Ma per la svolta è necessario guardare ai mercati esteri con più determinazione, a partire dalla Cina

 

L’e-commerce italiano funziona bene, ma per spiccare il volo dovrà aprirsi all’estero. Secondo una recente indagine realizzata dal portale Idealo, solo il 22% degli e-shop italiani vende oggi anche al di fuori dell’Italia. Ma se la percentuale fosse più alta, i vantaggi sarebbero maggiori.

L’e-commerce italiano infatti potrebbe utilizzare meglio il cosiddetto “cross border trade”, ovvero la possibilità di vendere online anche all’estero. Anche perché i numeri del nostro Paese, considerando il solo mercato interno, sono più che incoraggianti. Nel B2B, ad esempio, ha fatto segnalare un +8% nel 2017. E secondo i dati Istat, nel mese di luglio 2018 l’e-commerce italiano è andato molto meglio (+13,6%) rispetto allo stesso mese del 2017. Mentre la Camera di Commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, ha evidenziato in una recente ricerca come le vendite online siano cresciute del 9% nel solo ultimo anno.

Ma tutto questo, ancora, non basta. Nonostante ci sia un’apertura verso il mercato straniero, mai prima ad ora segnalata, i numeri devono ancora oggi essere migliorati. Solo l’8% dei negozi digitali italiani ad esempio presenta il proprio e-shop in una seconda lingua differente dall’italiano. E soltanto il 4% di questi permette agli utenti di pagare in una valuta differente dall’Euro.

In questo scenario delicato, l’Italia sembra aver recepito comunque il messaggio. E la Cina, al momento, appare come l’interlocutore più privilegiato. Di recente, il Ministero delle Politiche agricole ha annunciato una nuova collaborazione e-commerce con il gigante cinese Alibaba. Nel piano del governo italiano, infatti, c’è la realizzazione di una sezione del portale cinese, esclusivamente dedicata al made in Italy enogastronomico.

Una partnership che sembra fare il paio con quanto accadrà, prossimamente, con l’inaugurazione del portale HelloITA, frutto della collaborazione tra Alibaba e Agenzia ICE. HelloITA sarà il primo “piano-paese” integrato di marketing a supporto delle imprese italiane sui canali e-commerce del gruppo. Un portale che prevede l’apertura su Tmall del padiglione virtuale HelloITA, dedicato sia alle aziende italiane già operative sul marketplace diretto Tmall, sia a realtà esordienti che intendono espandere la propria presenza sul mercato cinese.

Due iniziative significative, che fanno capire come l’e-commerce italiano si stia aprendo al mercato estero. E che mostra come il miglioramento della connettività, a supporto delle attività di acquisto e di vendita online, sia ormai una scelta decisiva per istituzioni e aziende. Una priorità che caratterizza anche GTT, che da sempre si pone il duplice obiettivo di connettere le persone e le aziende, e di aumentare l’offerta di servizi cloud networking per i propri clienti.


Intelligenza artificiale, la scuola guarda al futuro (anche in Italia)

0 Commenti Pubblicato il 1 Ott 2018in Ultime Notizie

Entro il 2021 l’intelligenza artificiale applicata all’educazione crescerà negli Stati Uniti del 47,5%. Ma anche nel nostro Paese iniziano ad emergere esempi virtuosi

 

L’intelligenza artificiale continua a rivoluzionare il mondo. Dopo aver modificato gli equilibri di settori delicati come l’e-commerce, la sanità e la finanza, ora l’AI sembra puntare sempre di più sull’educazione.

Negli Stati Uniti, infatti, l’intelligenza artificiale applicata a questo ramo crescerà con un trend previsto del 47,5%, da qui al 2021. Un dato importante e significativo, che fa capire quanto le nuove generazioni abbiano l’opportunità di usufruire di un sistema educativo completamente diverso, rispetto a quello dei Millennials e dei Centennials.

 

Per dirlo con le parole tratte da un saggio di Rose Luckin, professoressa di Scienze dell’apprendimento alla University College di Londra, “l’intelligenza artificiale permetterà di aprire la scatola nera dell’apprendimento”. E di farlo attraverso l’applicazione utile di tecnologie nuove, nella vita quotidiana degli studenti.

Strumenti e tecnologie che, ad esempio, saranno in grado di supportare casi di disabilità o altri disagi dell’apprendimento. O ancora, di semplificare la vita degli studenti creando un ponte educativo tra la formazione psicopedagogica maturata in ambito accademico e la sperimentazione innovativa.

In questo contesto, tre esempi virtuosi arrivano proprio dall’Italia. Il nostro Paese, che dall’introduzione del Piano Calenda ha accolto la Industry 4.0 nelle proprie priorità strategiche del futuro, ha dato il via, di recente, al primo Curriculum di Educazione Civica Digitale per la scuola italiana. Un sillabo che ha lo scopo di inquadrare il corpus di temi e contenuti che sono alla base dello sviluppo di una piena cittadinanza digitale degli studenti. Un progetto cofinanziato dall’Unione Europea, che sostiene l’educazione civica digitale attraverso i concetti di spirito critico e responsabilità, implementando la conoscenza delle tecnologie e del loro uso. Compresa quella artificiale.

Non solo. Altri due esempi, più specifici, sono arrivati di recente da Genova e Napoli. Nel primo caso, il software developer Riccardo Arduino ha ideato l’applicazione Lifem. Un sistema di intelligenza artificiale in grado di risolvere il ritardo nella diagnosi dei disturbi, e delle disabilità. E che rileva in maniera univoca la dislessia, la discalculia e la disgrafia, risultando utili anche agli ambulatori clinici.

Ma l’intelligenza artificiale è stata protagonista anche a Napoli. Perché proprio qui, in occasione dell’evento MidìEdu4.0Kids, tecnologie e apprendimento sono andati di pari passo. E sono state le protagoniste di una serie di meeting in cui le principali realtà che operano a livello nazionale nel campo della didattica e della pedagogia innovativa – da Codemotion a Scuola di Robotica di Genova, fino a Roma Makers – hanno fatto il punto sulla situazione. Accogliendo, come relatore, anche un robot umanoide progettato da SoftBank Robotics.

Ed evidenziando come la relazione tra intelligenza artificiale ed educazione, tra formazione psicopedagogica ed innovazione, sia sempre più vicina. Anche nel nostro Paese.

 


La rete GTT si espande in est Europa, il futuro dell’innovazione

0 Commenti Pubblicato il 27 Set 2018in Ultime Notizie

L’annuncio di GTT, che ha aumentato l’offerta di servizi cloud networking, va di pari passo con un trend che vede i Paesi dell’area CEE in crescita  

Investire sull’Europa centro-orientale con l’obiettivo di garantire la fibra ottica per tutti: è con questo obiettivo che GTT, di recente, ha annunciato l’espansione della propria rete nei Paesi dell’area CEE. Due le parole chiave di questa operazione: connettere le persone e le aziende, e aumentare l’offerta di servizi cloud networking per i propri clienti.

Rick Calder, presidente e CEO di GTT è stato chiaro: “Quello dell’Europa centro-orientale è un mercato di rilevante importanza per GTT”. E i trend più recenti, in effetti, sembrano confermarlo. L’area CEE è infatti tra le più emergenti per quanto riguarda innovazione e IT. E sono sempre di più i Paesi dell’Europa centro-orientale che stanno impostando le proprie politiche, considerando come parametri principali tecnologia e connettività. Il problema, però, è che spesso alle volontà politiche e aziendali non corrisponde una rete strutturalmente valida a supporto degli investimenti.

Ed è in questo contesto che si inserisce il lavoro di GTT. Che sta potenziando la sua rete cloud tra i PoP distribuiti in quattro Paesi strategici: Germania, Austria, Ungheria e Turchia. Aggiungendo un percorso alternativo a latenza più bassa, da Budapest a Sofia. E utilizzando una tecnologia ottica di nuova generazione, in grado di espandere ulteriormente la propria capacità per allinearsi con la domanda di mercato.

Domanda di mercato che nei Paesi CEE è in costante crescita.Sono molti i segnali positivi che confermano la bontà dell’investimento di GTT. Tra i primi dieci Paesi al mondo in cui la rete internet funziona più velocemente, ad esempio, ci sono proprio Romania (quinta) e Ungheria (nona). Ed è dalla Romania che arriva anche una delle realtà innovative più in crescita d’Europa: Nucleus Technology, una startup in grado di offrire un modo innovativo per implementare l’efficienza dei dipendenti, attraverso l’utilizzo industriale della realtà aumentata. Di recente, Nucleus Technology ha ottenuto la StartUpPath’s Pitch Competition. E i due fondatori hanno vinto la possibilità di trascorrere un mese in California, al fianco delle aziende più innovative del mondo.

Dalla Polonia, invece, arriva un secondo esempio significativo, che mostra invece quanto il potenziale dei Paesi CEE sia spesso poco e mal sfruttato. Secondo un recente report preparato da Startup Poland Foundation, infatti, ben l’83% delle startup polacche, per sopravvivere è costretta a vendere all’estero o a farsi acquisire da gruppi aziendali più grandi. Le ragioni? Legate da una parte a un ecosistema non ancora pienamente pronto ad accogliere l’innovazione e la mancanza di specialisti IT e, dall’altra, all’assenza di una connettività e una rete in grado di sostenere le richieste di banda delle startup stesse.

Quest’ultimo fattore, rafforza a pieno le motivazioni dell’investimento di GTT. E spiega la logica della scelta di espandere proprio in quell’area la rete, di cui le aziende innovative dell’est Europa in cerca di fibra ottica, da oggi, potranno usufruire.


Stampa 3D: ancora luci e ombre, ma la rivoluzione è dietro l’angolo

0 Commenti Pubblicato il 24 Set 2018in Ultime Notizie

Entro il 2021 il fatturato previsto in Europa per la stampa 3D è di oltre nove miliardi di dollari, e la crescita procede. Ma le difficoltà non mancano

La vita dell’essere umano, in futuro, sarà sempre più nel segno della stampa 3D. Secondo una stima dei dati forniti dalla Commissione Europea, infatti, entro il 2021 il mercato della stampa 3D incrementerà notevolmente il proprio valore. I dati parlano di ben nove miliardi e mezzo di euro di fatturato. Un trend importante, di grande crescita, che influenzerà l’andamento di interi settori come l’architettura e l’agricoltura. E che ha portato le istituzioni europee a pensare ad una possibile regolamentazione dei suoi prodotti e del suo utilizzo così come della loro distribuzione.

Ad oggi, le uniche norme che prevedono una forma di tutela del consumatore sono quelle della responsabilità civile disciplinate dall’attuale direttiva sul commercio elettrico, e quelle sulla responsabilità del produttore. Ma questo non basta. I corridoi di legge imposti dall’UE non sono specifici. E nessuna delle disposizioni di oggi precisa di chi siano le responsabilità in casi particolari: dall’utilizzo del prodotto stampato al diritto d’autore degli oggetti creati, fino alla libertà d’uso degli stessi.

La sfida per l’Europa non è semplice. Da una parte è in netta crescita un mercato nero, sempre più selvaggio, che mette le stampanti 3D anche nelle mani di chi non ha l’esperienza tecnica per usarle. Dall’altra il limite tra regolamentare in modo democratico le nuove tecnologie e imbrigliare le mani dei produttori attraverso una limitazione troppo forte delle libertà d’azione, è sempre da tenere in considerazione.

In questo contesto, mentre l’UE lavora a una soluzione, l’innovazione continua a correre. Tra luci ed ombre. Come quelle rappresentate dal rapporto tra velocità di stampa, qualità dei materiali e aumento della temperatura. Ricercatori e aziende produttrici impegnati nella stampa 3D, stanno lavorando in questa direzione, senza però compromettere la struttura della stampante, attraverso il contenimento delle temperature. I risultati, richiedono certamente pazienza.

Una pazienza che, in alcuni campi come l’architettura e l’agricoltura 4.0, sta già pagando. Ne è un esempio quanto successo in Italia lo scorso luglio, quando un consorzio di imprese costituito da Italcementi, Arup e Cybe ha realizzato un edificio di 100 metri quadrati con zona giorno, notte, cucina e bagno in meno di una settimana. Un dato record, già abbattuto dalla startup statunitense Icon. Che grazie alla stampa 3D e alla stampante Vulcan, un colosso che misura 7 metri per 10, è stata capace di erigere una casa in sole 24 ore. Un modello che Icon stesso sta pensando di replicare nel 2019 a El Salvador, attraverso la stampa 3D di 100 abitazioni destinate a famiglie in difficoltà.

Arup e Cybe da una parte e Icon dall’altra sono l’esempio di come l’innovazione possa entrare con prepotenza nelle vite delle persone comuni, supportandole nei momenti di difficoltà. E di come la stampa 3D sia destinata a modificare abitudini e tempi dell’essere umano.


La crescita dell’industria 4.0 mette tutti d’accordo, anche in Italia

0 Commenti Pubblicato il 20 Set 2018in Ultime Notizie

Confermati anche per il 2019 gli incentivi alle imprese per gli investimenti sull’industria 4.0, che hanno fatto segnare nel 2017 una crescita del +30%

Più del 30% di crescita in un solo anno: l’industria 4.0 italiana continua a correre, nonostante le incertezze. E mette tutti d’accordo, anche in Italia. Secondo i dati dell’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano infatti, presentato in Assolombarda a Milano, il valore del mercato nel 2017 ha raggiunto nel nostro Paese quota 2,3-2,4 miliardi di euro.

Un trend che dimostra come il fenomeno non sia più temporaneo, ma diventi con il passare del tempo sempre più strutturale. E che evidenzia come quasi la totalità delle imprese italiane sia ormai a conoscenza degli incentivi messi a disposizione dal Piano Calenda, che dal 2016 ha aperto le porte, seppur timidamente nelle sue fasi iniziali, alla quarta rivoluzione industriale in Italia.

Su un campione di 236 imprese provenienti da tutti i settori, l’osservatorio del Politecnico ha evidenziato infatti che il 92% degli intervistati conosce quali siano gli incentivi del piano (era l’84% lo scorso anno), mentre il 55% ha detto di aver già implementato soluzioni 4.0. Non solo. Il 15% delle aziende sottoposte all’indagine, ha dichiarato di trovarsi in fase esplorativa per capire quando e come agire. E solo il 2,5% non sa ancora che cosa significhi la parola industria 4.0.

Industria 4.0 che, nel vocabolario delle imprese del nostro Paese, dimostra di avere diverse accezioni. La maggiore componente è certamente l’Internet of Things, in cui sono stati investiti nel 2017 circa 1,4 miliardi di euro, facendo segnalare un +30% rispetto al 2016. A seguire Industrial Analytics (410 milioni, +25%), Cloud Manufacturing (200 milioni, +35%), Advanced Automation (145 milioni, +20%) e Advanced Human Machine Interface (30 milioni, ma con il 50% di crescita d’investimento).

Questi dati fanno emergere un quadro positivo. E fanno ben sperare per il futuro, nonostante le incertezze che avevano preoccupato alcuni addetti ai lavori, a causa del passaggio di testimone dei due esecutivi politici a cavallo delle elezioni dello scorso 4 marzo. Elezioni che non hanno cambiato però la geografia politica degli intenti: di recente infatti, il ministro delle Infrastrutture Luigi Di Maio ha confermato gli incentivi di industria 4.0 per il 2019, dando continuità alla linea precedente.

E la circolare ministeriale divulgata lo scorso mese sull’elenco dei beni immateriali riconducibili al Piano Nazionale Industria 4.0, ha favorito ancora l’accesso al credito delle imprese. Grazie alla conferma degli iper-ammortamenti, infatti, le aziende potranno investire sull’acquisto o l’acquisizione in leasing di attrezzature, impianti, hardware e software.

Agevolazioni che si rivolgono anche, se non soprattutto, a micro, piccole e medie imprese. E che per il 2018 possono far leva ancora su un tesoretto di circa 174 milioni di euro, la porzione rimasta disponibile dello stanziamento complessivo di 1,2 miliardi di euro decretato dal governo per l’anno in corso. Una conferma di come l’industria 4.0 continui a rappresentare il presente e il futuro di aziende e attività, anche in Italia.


In vino veritas! Con la vendemmia hi-tech il digitale arriva tra i campi

0 Commenti Pubblicato il 17 Set 2018in Ultime Notizie

Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Agrifood, la crescita della vendemmia hi-tech continua spedita. E le nuove tecnologie possono salvare le produzioni del futuro

Per capire come si svilupperà il mercato del vino di domani, serve conoscere la vendemmia hi-tech di oggi. È sempre più in crescita, infatti, il numero di campi, vigneti ed aziende vinicole che negli ultimi anni hanno iniziato ad adottare nuove soluzioni tecnologiche per migliorare la propria produzione. Un quadro di digitalizzazione dove c’è ancora molto lavoro da fare, ma che ha mostrato margini di crescita notevoli.

In Italia, il percorso della vendemmia hi-tech è iniziato circa due anni fa. Con l’entrata in vigore del registro dematerializzato, divenuto obbligatorio dal gennaio 2017, si è proceduto all’eliminazione di circa 65mila registri cartacei, che hanno permesso di semplificare la vita a migliaia di produttori.

 

Dal registro digitale, strumento utile che ha permesso di facilitare le attività di rilevazione e controllo sulla filiera del vino, è iniziato un percorso virtuoso che ha portato la vendemmia hi-tech ad essere considerata una priorità per più realtà italiane. Una priorità strategica che si lega a doppio filo al mercato del comparto agrifood, che con quasi 300 miliardi di euro di fatturato costituisce il secondo settore manifatturiero nel nostro Paese e contribuisce per oltre l’11,3% del Pil.

Secondo i dati del primo Osservatorio Smart Agrifood, sono oltre 220 le soluzioni di Agricoltura 4.0 offerte da più di una settantina di aziende, tra imprese tradizionali e startup, vendor e fornitori di rete. Un mercato che si attesta sui 100 milioni di euro nel nostro Paese e che ha enormi margini di crescita, soprattutto nel momento in cui si risolveranno alcune delle lacune dell’ecosistema di oggi.

Da una parte la disponibilità della banda larga ed extra-larga, che nelle zone rurali non è sempre garantita. Dall’altra lo sviluppo delle infrastrutture di sistema, sostenuto solo parzialmente dagli ammortamenti del Piano Industry 4.0. In terzo luogo, la necessità di connettere una filiera fatta di tanti protagonisti che devono trovare il modo di parlare tra loro.

Vendemmia hi-tech significa coltivare una stagione in cui semi e sensori digitali, vigneti e droni, trattori-agridata e web mapping coesistono, in nome di uno sviluppo digitale del mercato vinicolo, e di un abbattimento intelligente dei costi. Ed è in questo contesto, che spicca il progetto del Consorzio Tutela Vini Montefalco, in Umbria.

Un esperimento di business molto interessante, che si basa su un modello di assistenza tecnica tramite il ricorso ai sistemi informatici, per la gestione dei vigneti. L’obiettivo? Migliorare la qualità del vino Sagrantino Docg e massimizzare la produzione grazie a un progetto che monitora la malattia delle piante e analizza i dati meteo grazie all’uso di una stazione in tempo reale.

Un sistema che permetterà alle aziende del consorzio di massimizzare la produzione e di ridurre il ricorso ai fitofarmaci usati in vigna. Un esempio virtuoso in cui, grazie al ricordo alla vendemmia hi-tech si permetterà di risparmiare denaro e di investire sulla prevenzione.

 


Tra cookie tagliati e nuove criticità: i primi quattro mesi di GDPR

0 Commenti Pubblicato il 13 Set 2018in Ultime Notizie

Il nuovo regolamento europeo sulla privacy, il GDPR, sta iniziando a dare i primi frutti, ma non mancano le criticità: un centinaio di siti americani è ancora oscurato. E non solo…

Il GDPR c’è. Ma come stanno i paesi che ne stanno vivendo le conseguenze? Dal 25 maggio, con l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo, il mondo della privacy in Europa è cambiato. E l’Italia, seppur con i suoi tempi, ha approvato in via definitiva lo schema di decreto legislativo che adegua la privacy italiana ai nuovi parametri.

GDPR in Italia fa rima innanzitutto con semplificazione. Perché con il DL del governo attuale, eredità dell’esecutivo precedente, si è deciso di rinnovare il codice in materia di protezione dei dati personali, garantendo però continuità con la vecchia disciplina. Due, gli obiettivi. Da una parte semplificare la fase transitoria. Dall’altra tenere fermi i principi su cui si basa la privacy italiana e trovare le giuste modalità per metterle a sistema con il GDPR.

La parola-chiave è gradualità. In Italia, infatti, i poteri di indagine affidati al garante della privacy andranno a pieno regime solo dopo un periodo di passaggio, che può durare dagli otto ai dodici mesi. Una gradualità che si esprime in vari modi. Dalla necessità di rendere più digeribili le pesanti sanzioni amministrative previste dalle nuove infrazioni targate GDPR, alla volontà di rispettare le micro, piccole e medie imprese semplificandone l’adempimento degli obblighi gravanti sul titolare della realtà aziendale. Il tutto nel nome del rispetto dei codici deontologici, che rimangono immutati, e delle nuove tempistiche per le vecchie e nuove contestazioni.

Se in Italia il quadro normativo ha gettato le basi per un processo di stabilizzazione, pur con tutte le complicazioni del caso, il GDPR sta nuocendo vittime al di fuori dell’Europa. Ne è un esempio quanto stia succedendo con alcune società americane, non del tutto pronte ad adeguarsi alla nuova normativa. In particolare, centinaia di siti di portali news americani come il Los Angeles Times, il Chicago Tribune e il New York Daily News non sono più visibili dall’Europa a causa del GDPR. E sono numerosi i casi di aziende statunitensi che si sono rifiutate di adeguarsi a pieno al nuovo regolamento europeo per la privacy, provocando un potenziale calo degli investimenti sull’area UE, nel presente e in futuro.

Intanto, mentre Paesi comunitari ed extracomunitari fanno i conti con le nuove coordinate UE sulla privacy, è lo stesso GDPR a fare i conti con sé stesso. Secondo molti addetti ai lavori, infatti, il regolamento europeo in vigore dal 25 maggio scorso è nato “vecchio”, in quanto non copre la privacy nelle comunicazioni elettroniche. Anche se la diminuzione drastica dei cookie di terze parti (pari al 22%, secondo uno rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford) fa ben sperare. La via imboccata sembra sia quella giusta. La strada da fare, però, è ancora moltissima.

 


Che fine faranno i bitcoin? Forse il mese di settembre ce lo dirà

0 Commenti Pubblicato il 10 Set 2018in Ultime Notizie

Continuano gli alti e i bassi di quotazione dei bitcoin, che vivono una fase di estrema incertezza in attesa dell’eventuale approvazione della Consob americana sugli ETF

Anche i bitcoin devono fare i conti con settembre. Non più tardi di qualche mese fa, la criptovaluta a colpi di blockchain più famosa al mondo era letteralmente sulla bocca di tutti e sembrava essere destinata a una crescita senza fine. E invece, in questa seconda parte dell’anno, anche i bitcoin stanno vivendo una fase di estrema incertezza.

Partiamo dal valore di oggi. Un bitcoin oscilla tra valori estremamente superiori a quelli dell’ottobre 2009, quando erano di appena 0,00076 dollari ma, al tempo stesso, estremamente inferiori rispetto ai picchi di fine 2017, quando un bitcoin valeva circa 19mila dollari.

Chi fin da subito aveva investito sui bitcoin può dormire sonni tranquilli. È salvo, al netto di cosa succeda domani, perché ha iniziato quando nessuno li conosceva. Chi li ha scoperti tardi e ha investito i propri risparmi durante la bolla del dicembre 2017, sta vivendo ora una fase di estrema incertezza, tanto quanto la criptovaluta stessa.

È proprio per questo che il mese di settembre costituisce un momento cruciale. Il destino dei bitcoin, sembra essere nelle mani la Security and Exchange Commission (SEC) americana. Che nelle prossime settimane dovrà continuare a pronunciarsi su alcune richieste di Exchange Traded Fund collegate ai bitcoin, dopo la bocciatura di ben 9 richieste il 24 agosto scorso.

Per ETF si intende un termine con il quale si identifica una particolare tipologia di fondo d’investimento. L’approvazione di queste richieste collegate ai bitcoin da parte della SEC statunitense permetterebbe alla criptovaluta di cambiare il proprio posizionamento sul mercato e di correre su binari diversi rispetto a quelli attuali. Anche in questo caso, così come sulla considerazione del bitcoin stessi, ci sono due correnti di pensiero: per alcuni addetti ai lavori si tratterebbe di una semplice bolla finanziaria, mentre per altri l’inizio di una rivoluzione finanziaria a lungo termine. C’è chi crede che l’approvazione degli ETF possa stabilizzare le quotazioni della criptovaluta, soggette fino ad ora a repentini alti e bassi.

Ma c’è anche chi, come il bitcoin “evangelist” Andreas Antonopolous, è convinto che gli ETF possano rappresentare la fine stessa dell’esperienza della criptovaluta, perché la quotazione finirebbe per essere pesantemente soggetta alle influenze dei grandi market maker. Cosa che fino ad oggi non è successa, proprio per la struttura stessa della moneta virtuale, caratterizzata da un’offerta fissa e da una domanda instabile.

In una fase di incertezza come questa, però, c’è un fattore su cui tutti o quasi sono d’accordo: se dovessero crollare i bitcoin l’intero mercato delle criptovalute spinte a colpi di blockchain potrebbe vivere una profonda fase di affanno, anche in futuro. E rischierebbe l’estinzione. Lasciando alle generazioni future soltanto il ricordo di una moneta virtuale, capace per un periodo di influenzare la vita delle persone e del mondo reale come mai prima.