Come gestire le reti dopo un’acquisizione aziendale? Lo spiega GTT

0 Commenti Pubblicato il 21 Nov 2018in L'angolo dell'Esperto

Continuità del servizio, sicurezza, integrazione delle reti SD Wan: sono queste le priorità di GTT quando avviene la fusione di due organizzazioni

Unire le reti in modo qualificato, per rafforzare il business dopo il processo di acquisizione tra due aziende: tra gli obiettivi di GTT, una delle priorità principali è proprio questa. Fondere le reti di due organizzazioni differenti, infatti, è un processo molto delicato, che definisce spesso i destini del futuro di quelle realtà. Gestirne le sfaccettature rispettando i giusti parametri, quindi, può permettere a quell’acquisizione o a quella fusione di essere più profittevole rispetto ad altre. E di guidare al meglio le nuove domande di business che verranno a seguito dell’integrazione.

In questo contesto, secondo James Karimi, SVP Engineering di GTT, sono tre gli aspetti chiave da tenere in considerazione. “Innanzitutto evitare interruzioni del servizio”, spiega Karimi. Che evidenzia, poi, come un “secondo aspetto preponderante sia certamente la riduzione dei costi”. Mentre il terzo è “la capacità di preservare il vantaggio tecnologico antecedente l’integrazione”. Lavorare in piena sintonia con le due realtà che vengono integrate costituisce una priorità per GTT. Ed è per questo, precisa Karimi, che “lavoriamo diligentemente per dare la priorità a ognuna di queste tre sfide, in base alle esigenze dell’azienda”.

GTT, negli ultimi dieci anni, ha completato più di trenta acquisizioni. E in ognuno di questi casi l’aspetto prioritario da tenere in considerazione per vincere le sfide dell’integrazione è stato “cooperazione”. Nel processo di acquisizione o fusione di due aziende, infatti, il primo passo è sempre quello di interconnettere le due reti, per poi poterne razionalizzare i servizi principali fino al livello PoP.

Un procedimento, questo, non particolarmente complesso. E che può essere facilitato, come spiega ancora James Karimi “nel momento in cui esistono piattaforme tecnologiche e fornitori di hardware che siano comuni alla base delle due reti”. Nella fase di acquisizione o fusione, un parametro primario nella gestione di queste reti è certamente la sicurezza. Parametro che, secondo GTT, si rispetta in due modi. “Lanciando aggiornamenti software come ad esempio gli antivirus”. E, prima di portare la rete del primo nel dominio del secondo, “assicurandosi di eseguire una scansione di vulnerabilità su tutti i dispositivi per evitare ogni genere di sorpresa”.

Fatta attenzione alla continuità del servizio e al rispetto dei principi di sicurezza, la gestione delle reti a seguito di un’acquisizione è solitamente una ghiotta occasione di crescita, perché permette molteplici vantaggi. Tra questi, l’utilizzo delle reti SD Wan, che rappresentano il fiore all’occhiello dell’offerta di GTT per le organizzazioni di tutto il mondo. Queste piattaforme, infatti, possono essere incorporate senza stravolgere gli equilibri in corso.

“Non rappresenta, in genere, un passaggio troppo duro”, precisa James Karimi. Evidenziando come sia “possibile distribuire i dispositivi SD Wan sito per sito, ed eseguire i test continuando a mantenere i servizi di rete esistenti”. Un approccio che permette all’azienda frutto dell’acquisizione di passare al nuovo impianto SD Wan quando è pronta. Un metodo “che noi di GTT utilizziamo sempre”, spiega Karimi.

Un metodo vincente, per una gestione responsabile.


Flessibilità, ascolto delle aziende, digitalizzazione: la sfida di GTT

0 Commenti Pubblicato il 29 Ott 2018in L'angolo dell'Esperto

In un periodo storico in cui le organizzazioni sono alle prese con la digital transformation, GTT punta su connettività e SD-WAN

Ridefinire le comunicazioni globali per costruire un futuro migliore: il cuore pulsante della mission di GTT, fin dal 1998, anno della sua nascita negli Stati Uniti, sta qui. Nella creazione di un futuro basato sul cloud e sulla connettività, e che permetta alle organizzazioni di tutto il mondo di rimanere sempre connesse.

La digitalizzazione dei servizi sta stravolgendo gli equilibri e cambiando i destini di molti settori. Allo stesso tempo, però, ha aperto le porte a nuovi investimenti e opportunità di crescita.

In questo solco, si posiziona GTT. Nel riconoscere la connettività come pilastro della digital transformation, e nel lavorare per offrire alle aziende impegnate nella sfida della quarta rivoluzione industriale gli strumenti utili per vincerla. Attraverso la fornitura di architetture di networking capaci di adeguarsi al cambiamento, e di strutture cloud in grado di garantire i giusti parametri di sicurezza e flessibilità, affidabilità e performance.

“Il trend verso un mondo ‘application-driven’ ha imposto molti limiti alle architetture di rete tradizionali delle aziende”, spiega Gina Nomellini, Chief Marketing Officer di GTT, che precisa come “le aziende usino sempre più il networking basato su IP per raggiungere le applicazioni ospitate su cloud diversi”.

 

Un esempio di ciò di cui le organizzazioni hanno bisogno oggi arriva dalle software-defined network, o SD-Wan, la tecnologia di rete che potenzia le performance delle applicazioni migliorandone l’efficienza. E della cui fornitura GTT è leader del mercato in tutto il mondo. Attraverso il proprio backbone IP globale, infatti, la soluzione GTT connette in modo sicuro le sedi dei propri clienti, a qualsiasi punto di internet e aqualsiasicloud

provider.

Una soluzione resa ancora più solida dalla recente acquisizione europea di Interoute e della sua rete in fibra, e affiancata da una vasta gamma di opzioni di accesso. Dalla network security, fino alla possibilità di aggiungere la banda a seconda di singole esigenze. Un pacchetto che permette a GTT di poter contare su oltre 2500 partner di rete, e di essere inserita nella classifica delle 50 società più in crescita dalla rivista Fortune, “Future 50”.

Un riconoscimento reso possibile grazie anche a un ulteriore elemento-chiave: l’ascolto. GTT, infatti, basa la propria offerta su una fase iniziale di confronto che permette alle aziende di spiegare le esigenze, in modo da offrire le soluzioni più adatte.

 

“I Cio sono il nostro interlocutore abituale, perché la loro visione è quella più ampia in termini di esigenze sul fronte ICT”, dice Jesper Aagaard, Division President Europe di GTT, secondo cui il segreto per vincere la sfida dell’innovazione è appunto l’ascolto: “Ogni conversazione inizia chiedendo al cliente quali sono gli obiettivi di business che deve raggiungere”. Ma non è mai una conversazione scontata: “Ogni azienda ha la sua visione e chiede un approccio declinato alla propria specificità”. Una versatilità che si rispecchia nelle nuove tecnologie, così come nei bisogni di connettività.

 


Cloud, le aziende italiane si affidano alla digital transformation

0 Commenti Pubblicato il 29 Gen 2018in L'angolo dell'Esperto

Secondo quanto evidenziato da Cristina Crucini, Marketing Manager Interoute, in una recente intervista, la soluzione offerta dal Cloud Hybrid è fondamentale per numerose aziende italiane

 Il futuro delle aziende italiane è sempre più cloud. In un contesto, come quello evidenziato dalla recente survey Interoute, in cui le realtà imprenditoriali IT in Europa si dicono ottimiste per il futuro nonostante la Brexit e le crisi internazionali, il tema della digital transformation tiene banco nelle strategie d’impresa di oggi e di domani.

Nel nostro Paese le aziende italiane sono a un bivio. Investire nel digitale per voltare pagina o tardare ancora la sfida con l’innovazione, con il rischio di rimanere tagliate fuori dal mercato. Per questo, la digitalizzazione dei servizi e il cloud computing rappresentano la strada maestra del nuovo percorso di investimenti, per sempre più realtà imprenditoriali. E non è un caso, in questo scenario, che dall’indagine Interoute sia emerso come il 58% delle organizzazioni in Italia sia impegnato proprio in questo genere di progetti IT.

Tra gli investimenti più importanti nell’ambito della digital transformation, le aziende italiane, così come quelle europee, hanno iniziato a considerare l’utilizzo del cloud per la gestione dei loro dati. Lo sa bene Interoute che, come spiegato dalla Marketing Manager Cristina Crucini in una recente intervista alla rivista Zero Uno, si pone l’obiettivo di far confrontare alle “realtà aziendali in cui entriamo per la prima volta, il tempo speso per innovare rispetto a quello per operare”. In un contesto in cui “quest’ultimo risulta essere sempre molto superiore al primo”.

Innovazione, più precisamente, per le organizzazioni significa propendere “verso la soluzione dell’hybrid cloud”. Il cloud ibrido infatti sfrutta sia soluzioni private che pubbliche, per svolgere funzioni diverse all’interno di una stessa azienda. E garantisce indici di scalabilità e di sicurezza elevati. Un servizio su cui Interoute è avvantaggiata perché “è sempre stata un operatore convergente, impegnato sia nelle dorsali di rete digitale, sia nelle infrastrutture data center”, come ha spiegato ancora Cristina Crucini.

Crucini che, nell’intervista, ha poi evidenziato un dato che conferma quanto questo aspetto sia fondamentale per Interoute, che ha aggiunto 17 Virtual Data Center ai 15 di tipo tradizionale preesistenti. Un genere di investimento significativo, che permette tutt’oggi a Interoute di “offrire questi servizi in modo sempre più accessibile ai clienti”.

Il momento storico, del resto, è propizio. Le organizzazioni IT in Italia sono tra le ultime in termini di “miglioramento della customer experience e della employee experience”, ha precisato Crucini. Una resistenza al cambiamento da parte di chi lavora, che è diventato un fattore decisivo nel processo di crescita delle organizzazioni italiane. Anche pensando a questo, Interoute propone oggi la Digital Transformation Platform. Una soluzione integrata capace di legare ambienti legacy e digitali in un’unica infrastruttura cloud. Un’opportunità per le aziende italiane per aprire le porte del futuro e affacciarsi definitivamente sull’hybrid cloud. Prima che il treno dell’innovazione, veloce ma ancora paziente, passi per non tornare più.

 


Cavi sottomarini, come si salvaguarda la connettività dai danneggiamenti

0 Commenti Pubblicato il 16 Nov 2017in L'angolo dell'Esperto

La rete dei cavi sottomarini permette alla fibra ottica di collegare il pianeta, ma spesso è vittima di tagli e danneggiamenti: a spiegarlo, Simone Bonannini

Dietro alla tecnologia e alla rivoluzione digitale, ad aprire le porte della connettività del futuro ci sono i cavi sottomarini. Sono 285 nel mondo e si intrecciano fisicamente in tutto il pianeta, attraversando mari e oceani e collegando Paesi lontani. Conoscerne i percorsi e capire le tecniche utilizzate per costruirli è necessario per interpretare al meglio gli investimenti del domani sulla connettività. Così come fondamentale è essere sempre preparati per affrontare le emergenze strutturali.

L’Italia in questo contesto è grande protagonista. Tra i cavi sottomarini più importanti nell’area del Mediterraneo, infatti, ce ne sono due. Il primo, che collega Cagliari a Mazzara del Vallo per un totale di 374 chilometri. Il secondo, invece, che lega Olbia a Civitavecchia. In entrambi i casi, protagonista è la Regione Sardegna. E in entrambi i casi, si tratta di cavi molto potenti, costruiti con una fibra particolare e gestiti dal Consorzio Janna, di cui Interoute fa parte.

Ma quali sono le tecniche utilizzate? Le spiega Simone Bonnanini, Vice President Southern Europe e delle aree Cee e Mea Interoute: “I cavi vengono adagiati sul fondale marino, a una profondità maggiore di mille metri. A una profondità minore, invece, si verifica un secondo step: ci riferiamo al passaggio di un aratro che ha l’obiettivo di movimentare l’acqua sul fondo per interrare i cavi, scavando un ulteriore solco di circa 80 centimetri”. I cavi, al contrario di quello che si potrebbe pensare, sono molto sottili e nonostante vengano adagiati a profondità fino a mille metri, in alcuni punti del fondale sono dotati di un’armatura in metallo per consentirne la sospensione, resa necessaria per il buon funzionamento della rete.

È anche per questo motivo però che, talvolta, sono vittima di danneggiamento. “In alcuni punti – spiega infatti Bonannini – le dorsali vengono raggiunte dalle reti da pesca e sono poi tagliate dai pescatori: il rivestimento dei cavi sottomarini è inversamente proporzionale alla profondità, tranne in casi in cui specifiche condizioni ambientali non lo consentano, come nel caso dei banchi di alga poseidonia”. Una circostanza, questa, che aumenta i fattori di rischio e che porta a dei tempi di riparazione anche molto lunghi: “Occorrono dai 10 ai 15 giorni di lavoro per la riparazione di un guasto”.

A complicare la situazione, nel Mediterraneo e non solo, l’ipotesi che a volte i danneggiamenti dei cavi sottomarini siano dovuti a un atto doloso: “Non è il caso delle due dorsali del Consorzio Janna – precisa Simone Bonannini – ma in altri punti del Mediterraneo si sono verificati dei veri e propri danni dolosi, come nel 2013 al largo di Alessandria d’Egitto”. Danneggiamenti e problemi che però non sminuiscono il valore degli investimenti sui cavi sottomarini, le dorsali informatiche che permettono al mondo di rimanere connesso.


Digital, aziende e università unite nel futuro: l’intervista a Simone Bonannini

0 Commenti Pubblicato il 16 Ott 2017in L'angolo dell'Esperto

 

Il Sole 24 Ore ha interpellato Simone Bonannini, Vice President Southern Europe e delle aree Cee e Mea di Interoute, sul rapporto tra aziende e università nell’IT, per gli investimenti del domani

Per innescare la rivoluzione digitale, serve un ponte tra aziende e università. E in questo contesto, formazione e specializzazione costituiscono le due chiavi di volta attraverso cui pensare gli investimenti nel futuro. Quando si parla di valorizzazione delle tecnologie, il rapporto tra aziende e ambienti accademici rimane uno dei temi più attuali. Per innovare serve infatti che i profili del domani siano preparati fin da oggi per le sfide che dovranno affrontare: solo così il mercato del lavoro potrà usufruire positivamente dell’avvento delle nuove tecnologie, sfruttando le eccellenze del nostro Paese. Secondo l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, il saldo delle posizioni informatiche dell’ultimo quadriennio è in positivo (+68mila unità).

E in questa cornice di crescita, è in rialzo anche la domanda di posizioni lavorative innovative. Secondo Simone Bonnanini, Vice President Southern Europe, Cee e Mea di Interoute, intervistato da Il Sole 24 ore proprio su questi temi, la distanza tra Italia e altri Paesi d’Europa, in termini di competenze, c’è ma non è abissale: “Spesso anzi troviamo anche eccellenze migliori, che lavorano su tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale”, ha spiegato Bonannini. Evidenziando che il gap, in passato, tra il nostro Paese e gli altri stati europei sia stato per lo più legato alle difficoltà rappresentate dal rapporto con la lingua inglese: “Oggi però i nostri nativi digitali sono preparati e la differenza è meno marcata”, ha sottolineato Bonannini. Ammettendo però che “è vero che nelle grandi aziende, che dovrebbero essere i soggetti abilitanti all’innovazione, spesso ci sono ancora figure dominanti ‘anziane’, legate a vecchi modelli”.

Anche per questo, per affrontare la rivoluzione digitale, serve che si investa su due aspetti. Il primo, rafforzare il rapporto tra aziende e università per “definire le corrette indicazioni sulle professionalità che servono”. Un circolo virtuoso che dovrà essere innescato “in materie di competenze, anche con il supporto del governo”. Un fronte, questo sì, su cui “l’Italia ha un gap vero con il resto d’Europa” e nel quale si dovrà intervenire rafforzando la figura dei responsabili delle risorse umane: “Devono fare più i manager e meno i ‘ragionieri’, guardando ai prossimi cinque anni e non solo al bilancio di fine anno”, ha precisato Bonannini.

Non solo rapporto tra aziende e università però. Un altro fattore importante è legato alla complessità del CIO: “Un ruolo molto diverso, perché ieri si occupava di tutto a 360 gradi, mentre oggi deve analizzare l’offerta e scegliere la soluzione più idonea: oggi è muratore e architetto dell’azienda, non più solo muratore”. E per Bonannini, in questo contesto, il Piano Industry 4.0 promosso del governo può essere uno stimolo importante. Il salto culturale per il cambiamento, quindi, passa sì dal ruolo tra aziende e università, ma anche “dalla volontà di innovare e superare vecchi schemi”.


Dalle SD-WAN alle Hybrid-WAN: tecnologie per la digital transformation

0 Commenti Pubblicato il 10 Lug 2017in L'angolo dell'Esperto

Le soluzioni basate su tecnologie SD-WAN, come Interoute Edge,consentono di ridurre i costi e migliorare affidabilità e flessibilità 

Sfruttare le tecnologie SD-WAN come soluzione alle crescenti richieste di connettività delle imprese? Una prospettiva interessante, basata sulla consapevolezza che lo sviluppo della digital transformation e la piena digitalizzazione dei servizi potranno avvenire solamente in presenza di un accesso facile ed economico alla banda larga e ultralarga. Solo così le aziende potranno favorire i pagamenti digitali, semplificare i propri processi e i passaggi burocratici e, in ultima analisi, gettare le basi per gli investimenti nella sharing economy e nell’Industry 4.0.

Già oggi, tra il 30% e il 50% del traffico-dati delle grandi imprese è stato trasferito nel cloud, dove si troverà entro il 2030 anche l’80% del deployment delle applicazioni. Le infrastrutture cloud-based si apprestano quindi a sostituire i data center tradizionali (la larghezza di banda utilizzata cresce in media del 20% su base annua): Eugenio Pesarini, Manager, Sales Engineering di Interoute, ci spiega in questo senso il ruolo sempre più importante ricoperto dalle tecnologie SD-WAN.

Cosa sono le SD-WAN?

“Con SD-WAN (Software-Defined WAN) si intende un modello di implementazione di reti geografiche tra le diversi sedi di un’organizzazione che prevede lo spostamento dei meccanismi di instradamento del traffico in uscita da ciascuna sede dal livello dei protocolli di rete a quello dei protocolli applicativi. In questo modo è possibile disporre di una maggiore flessibilità e di una serie di funzionalità a livello software per ottimizzare i flussi di traffico”.

Quali sono le funzionalità permesse da questo tipo di soluzione?

“L’implementazione delle SD-WAN consente di ottimizzare i flussi di traffico in funzione delle applicazioni che trasportano e della loro ubicazione, siano esse in altre sedi dell’organizzazione o in data center delocalizzati, o, ancora, ospitate su piattaforme cloud. Per quanto riguarda la sicurezza, è inoltre possibile utilizzare collegamenti privati di tipo MPLS, crittografare il traffico su collegamenti Internet-based o implementare funzionalità di firewalling”.

Come vengono gestiti i picchi di saturazione ed eventuali guasti?

“La gestione dei picchi di saturazione è assicurata dall’ottimizzazione della banda, che consente un risparmio medio di circa il 30% della banda disponibile. La possibilità di instradare il traffico su collegamenti multipli e basati su reti diverse rende le SD-WAN estremamente affidabili anche in caso di guasto del link primario. Grazie a queste soluzioni, come Interoute Edge, si possono infatti creare delle reti ibride che integrano molteplici tecnologie di accesso e che consentono di disporre in tempo reale della prima connessione fruibile. Si tratta di fatto dell’applicazione del concetto di Software-Defined Network (SDN) alle reti geografiche aziendali, trasferendo i principi e le funzionalità tipiche del networking a livello di software. In ogni caso, queste tecnologie non puntano a sostituire quanto piuttosto a integrare i sistemi disponibili, fornendo un’alternativa capace di coesistere con le reti MPLS. Il loro utilizzo combinato, che dà origine al cosiddetto Hybrid-WAN, permette infatti sia di ridurre i costi, sia di beneficiare di maggiori affidabilità e flessibilità, dal momento che le SD-WAN sono in grado di reagire alle alterazioni della rete, adattandosi rapidamente ai cambiamenti in corso”.

 


Comprendere la digital transformation: intervista a Matthew Finnie

0 Commenti Pubblicato il 22 Giu 2017in L'angolo dell'Esperto

Matthew Finnie, Chief Technology Officer di Interoute, spiega come le aziende devono prepararsi per affrontare con successo la digital transformation

 

Il tema della digital transformation delle aziende è sempre più centrale, anche se spesso ne ignoriamo non solo i vantaggi, ma addirittura il significato stesso. Per questo motivo abbiamo chiesto a Matthew Finnie, Chief Technology Officer di Interoute, di aiutarci a fare chiarezza sul tema.

Che cos’è la digital transformation?

Oggi si parla molto di digital transformation, che possiamo provare a definire come “uso delle tecnologie digitali per massimizzare l’efficienza in termini di business”.

In altre parole, si tratta della ricerca delle migliori modalità per coinvolgere i propri clienti e ottenere un vantaggio competitivo, e riguarda le aziende nella loro interezza: dalla catena di fornitura alla strategia adottata per il go-to-market.

Perché la digital transformation è diventata una parola così importante in ambito tecnologico?

In passato, l’IT era una funzione di supporto. Oggi è la base di tutto: la digital transformation non può avvenire se non è guidata dalla tecnologia. Per questo motivo, oggi le aziende operano sul mercato in modo completamente diverso rispetto a quanto erano solite fare tradizionalmente: la tecnologia ha permesso di superare le barriere che impedivano ai nuovi attori di attaccare le aree più redditizie di un’azienda, costringendo quest’ultima a ripensare la propria strategia.

Cosa deve fare un’impresa per trasformarsi digitalmente?

Per completare il processo di trasformazione digitale, un’azienda deve prima di tutto avere una leadership forte e capace di prendere delle decisioni. Questa leadership deve inoltre potersi affidare a persone preparate, che le permettano di non farsi “distrarre” dalle questioni più strettamente tecniche. In secondo luogo, il business deve adottare un modello di sviluppo digitale, ovvero essere disposto a sviluppare le proprie capacità secondo cicli di rilascio agili e frequenti. L’azienda deve infine imparare a ragionare in modo bimodale: la maggior parte delle infrastrutture aziendali non è stata progettata in funzione dell’economia di Internet e per questo motivo manca dell’agilità che oggi è fondamentale. Per implementare una vera digital transformation è quindi necessario riunire tutte le risorse tecnologiche, coniugando il mondo del digitale e del cloud con l’IT pre-esistente. Solo allora sarà possibile prendere decisioni strategiche che non siano vincolate da una forma, un fattore o una tecnologia.

Cosa rischia chi non si trasforma digitalmente?

Vorrei rispondere con un esempio: per ottenere un concept funzionante via software possono bastare poche settimane, a differenza dei tempi molto più lunghi che sarebbero necessari con l’utilizzo di server e piattaforme fisiche. Considerando il ritmo con cui i brand offrono nuove funzionalità e aggiornamenti, la conseguenza è che le organizzazioni hanno a disposizione un tempo estremamente ridotto per reagire. E, in mancanza di una reazione, diventano obsolete. Questo tipo di evoluzione minaccia ormai anche le realtà più consolidate: queste dovranno essere in grado di adattarsi, o andranno incontro al declino.

Quali sono i tuoi consigli per un’azienda che voglia portare avanti la propria digital transformation?

Prima di tutto, è necessario che l’azienda comprenda il valore che può offrire ai propri clienti e verifichi di quali competenze disponga già internamente per offrirlo. In secondo luogo, dovrà riflettere sulle proprie ambizioni e individuare gli eventuali ostacoli. L’ultimo passo sarà prepararsi al cambiamento: tutte le imprese digitali sono nate all’interno di un mondo pieno di rischi e incertezze, all’interno di una cultura in cui il cambiamento è costante.

 


Sicurezza delle connessioni: oltre ai dati, c’è di più

0 Commenti Pubblicato il 13 Giu 2017in L'angolo dell'Esperto

Oltre ai server e ai client, infatti, non si può trascurare la sicurezza dell’infrastruttura sulla quale viaggiano i nostri dati

 

Il tema della sicurezza informatica è sempre più attuale: dopo MIRAI e WannaCry, infatti, è soltanto questione di ore prima che il mondo subisca un nuovo attacco. Ma non esiste solo la cyber-sicurezza: prima di quest’ultima, infatti, non bisogna sottovalutare anche la sicurezza fisica dei cavi. In questo contesto, Simone Bonannini, VP Southern Europe, CEE e MEA di Interoute e Enrico Orlandi, CEO di HWG, hanno analizzato in un’intervista esclusiva per la sezione security di Tom’s Hardware Italia, le caratteristiche e il valore aggiunto di un mix vincente di sicurezza informatica e di protezione fisica delle linee, in particolare per le reti su area geografica. Dal punto di vista fisico, i cavi in fibra ottica vanno messi in sicurezza partendo dalla progettazione e dall’integrità in termini di ridondanza. È necessario infatti limitare i punti di vulnerabilità, che, in caso di guasto, possono interrompere la comunicazione.

Questi cavi, che trasportano le informazioni, devono essere monitorati in corrispondenza dei punti in cui si trovano le linee di più operatori, non lungo tutto il loro percorso. Si tratta, in questo caso, di snodi che, se interessati da un guasto, porterebbero a danni su larga scala. Per questa ragione andrebbero messi in sicurezza al pari delle reti che veicolano gas, elettricità e petrolio, anche se, in termini di consapevolezza verso le telecomunicazioni, la strada da percorrere è ancora lunga.

La sicurezza e il monitoraggio continuo delle reti fisiche sono quindi argomenti chiave, ma anche parecchio trascurati, sia in Italia che all’estero, mentre dovrebbero ricevere maggiore attenzione a livello globale, senza escludere nemmeno un intervento da parte del legislatore.

La sicurezza fisica, chiaramente, non può che andare di pari passo con la sicurezza informatica: come sottolinea Enrico Orlandi, nel perimetro interno di molte realtà il traffico dati è sicuro e blindato, ma, non appena nasce la necessità di interfacciarsi con il mondo esterno, e, quindi, con sistemi misti, la situazione si complica. Questa criticità riguarda anche, e soprattutto, le reti geografiche estese. Inoltre, è fondamentale valutare la sicurezza di una rete nella sua interezza e in modo complessivo, senza tralasciare nessun aspetto, fisico o informatico. Uno sguardo di questo tipo deve portarci, in seguito, a rilevare e risolvere tutte le criticità presenti, e, infine, ad un monitoraggio costante della rete.

Il viaggio dei nostri dati, quindi, va protetto su entrambi i fronti, fisico e software, per la sicurezza del dato, certamente, ma anche per la sicurezza della strada che percorrerà, e, quindi, della destinazione.

 

 

 


Un solo partner per la trasformazione digitale: l’opinione di Simone Bonannini

0 Commenti Pubblicato il 18 Mag 2017in L'angolo dell'Esperto

Simone Bonannini, Vice President Southern Europe, CEE e MEA di Interoute, affronta il tema della digital transformation e dell’importanza di affidarsi ad un unico partner tecnologico

 

Il modello di business di numerosi settori tradizionali è ormai in forte discussione: stiamo, infatti, affrontando una potente trasformazione digitale, culturale, economica e sociale, grazie alla disponibilità di strumenti innovativi che hanno moltiplicato le possibilità di accesso a informazioni e servizi. Per questo, la digital transformation è un passaggio obbligatorio per tutte le aziende, pena la perdita di efficienza, competitività, opportunità di business, e quindi, fatturato; per farlo correttamente e in modo efficace, però, è fondamentale un partner che sia in grado di affiancarle e accompagnarle passo dopo passo. Ne abbiamo parlato con Simone Bonannini, Vice President Southern Europe, CEE e MEA di Interoute.

In che cosa consiste, concretamente, il valore aggiunto di Interoute in termini di digital transformation?

“Noi ci proponiamo come vero abilitatore della trasformazione digitale di un’azienda. Questo significa cambiare totalmente il modo di lavorare, dai processi di produzione, alla gestione di un magazzino, alla collaborazione, secondo un’automazione sempre più spinta e tecnologica”.

Come vi siete fatti largo nel settore?

“All’inizio abbiamo collaborato con i principali operatori di telecomunicazione, avvicinandoci nel contempo al mercato enterprise. Quindi abbiamo cominciato a offrire servizi di accesso a Internet, e di Virtual Private Network, dato che il mondo stava cambiando. Ecco che abbiamo investito in ambito data center (dove proponiamo servizi virtuali) con alcune acquisizioni, nel database management e nella videoconferenza. Oggi numerose aziende internazionali si affidano ai servizi di Interoute, grazie al rapporto consulenziale instaurato”.

Come si accompagna un’azienda nel percorso di trasformazione digitale?

“Non esiste un metodo standard. Analizziamo insieme il metodo di lavoro con le tecnologie ICT, individuiamo le procedure esistenti e proponiamo la soluzione potenzialmente più efficiente. Il nostro punto di forza non è esclusivamente legato al portfolio, ma anche al vantaggio di avere un unico partner tecnologico. Tutte queste componenti, infatti, devono essere messe a disposizione da un unico soggetto, responsabile e in grado di farsi carico di attività che non possono essere più affidate all’IT interno”.

Perché l’unicità del partner a cui affidarsi è così importante?

“Non c’è alternativa perché in un mercato globale come quello odierno ogni realtà deve concentrarsi sul proprio core business demandando la tecnologia e i servizi ICT a chi effettivamente è in grado di dominarli. Se non si deve rinunciare ad avere al proprio interno degli esperti IT, il ruolo di questi ultimi è cambiato. Il CIO deve selezionare il soggetto abilitatore senza però ‘possedere’ fisicamente le piattaforme, bensì comprando un servizio e le risorse alla bisogna e conoscendo i processi di business. Un mestiere di controllo e sviluppo e non di esercizio. Solo chi ha competenze consolidate sulla rete può effettivamente garantire un servizio completo, dato che si è potenzialmente soggetti quotidianamente ad attacchi evoluti, dei quali si può anche restare ignari”.


Performance di rete, come migliorarla?

0 Commenti Pubblicato il 28 Mar 2017in L'angolo dell'Esperto

Latenza e throughput sono oggi fattori determinanti per valutare le performance di rete e le prestazioni offerte da un provider

 

Quando si parla di cloud computing, la performance di rete è tra gli elementi maggiormente trascurati. Spesso, infatti, le aziende preferiscono  sottolineare le capacità delle loro macchine virtuali o le loro offerte legate ai sistemi di software, nonostante velocità, latenza e capacità (o throughput) di rete siano fattori determinanti per il funzionamento di qualsiasi applicazione cloud-based.

I compiti della rete all’interno di un’architettura cloud sono essenzialmente due. Da un lato collegare tra loro i luoghi fisici che ospitano le attività di storage e di elaborazione dei dati, che si trovano generalmente in almeno due luoghi geografici diversi. Dall’altro connettere i server sui quali si poggiano le applicazioni usate dagli utenti, che possono essere esterni (e quindi accedere via Internet) o interni (e quindi utilizzare reti WAN private). In entrambi i casi il tempo ideale di risposta, dall’input dell’utente alla visualizzazione a schermo, dovrà essere inferiore ai 200 millisecondi per non generare un’eccessiva attesa e causare insoddisfazione negli utenti.

Nonostante l’elevatissima velocità di trasmissione disponibile oggi, è comunque necessario considerare ulteriori due elementi per una corretta valutazione del tempo di risposta. Innanzitutto, il tempo necessario al server per ricevere l’informazione, elaborare la risposta e inviarla. In secondo luogo il round trip time, vale a dire il tempo necessario affinché i dati vengano trasmessi dal computer client al server e facciano ritorno al client. A questi si aggiungono, inoltre, il tempo di conversione del segnale (da elettronico a ottico e viceversa), i ritardi causati dall’hardware di rete e quelli relativi alla correzione degli errori di trasmissione.

In questo senso, il Virtual Data Center (VDC) di Interoute può vantare la migliore performance di rete e la più bassa latenza, nelle connessioni transatlantiche tra Europa e USA. Considerando che la latenza occupa la maggior parte del tempo di risposta a disposizione, infatti, per riuscire ad ottenere un’esperienza ottimale (circa 150 millisecondi sui 200 disponibili) anche il più piccolo miglioramento permette di disporre di un tempo maggiore per processare i dati a livello di data center. E rispetto agli altri provider di servizi cloud, i vantaggi presentati dal VDC Interoute appaiono evidenti.

Un ulteriore indicatore della performance di rete inoltre è costituito dal throughput, vale a dire la quantità di dati che può essere trasferita attraverso la rete in un dato periodo di tempo. A livello di data center, i principali provider di servizi cloud forniscono un valore medio di throughput di circa 0,3 Gb/s mentre il VDC di Interoute fa registrare livelli di 1,3 Gb/s tra Londra e Amsterdam, e di 1,1 Gb/s tra Londra e New York.

Al di là del puro valore numerico, è comunque fondamentale evidenziare come la performance di rete sia costante nel tempo: in questo senso, il VDC di Interoute consente di non dover scendere a compromessi, grazie alla backbone globale a bassa latenza ed elevato throughput, che permette di connettere velocemente i vari nodi che compongono il virtual data center.