Banda larga: l’Italia migliora, ma deve fare di più

Pubblicato il 4 Maggio 2017in Ultime Notizie

Un report della Commissione Europea evidenzia i limiti della diffusione della banda larga in Italia

 

 L’Italia continua a faticare nello sviluppo della banda larga. E’ quanto emerge dalla recente pubblicazione dell’indice dell’economia e della società digitali (DESI) della Commissione Europea, che vede l’Italia posizionarsi al 25esimo posto su 28. L’indicatore, che misura il progresso digitale attraverso l’analisi di connettività, capitale umano, uso di Internet, integrazione delle tecnologie digitali e servizi pubblici digitali nei diversi Paesi, registra un punteggio per l’Italia di 0,42, al di sotto della media UE pari a 0,52.

La differenza con i Paesi del Nord Europa si manifesta chiaramente anche in termini di velocità: la media di 8,2 MB/s che si registra in Italia non regge il confronto con i 29 MB/s di Svezia e Norvegia. All’interno della stessa realtà italiana, inoltre, non mancano le differenze: tra Nord e Sud si riscontra un digital divide di circa il 30%, e in molte aree rurali gli utenti lamentano di disporre di “connessioni lumaca”.

Questo ritardo tecnologico è alla base di una perdita per le imprese stimata tra il 10% e il 20% del fatturato: l’insufficiente diffusione della banda larga penalizza numerose aziende soprattutto nel mondo web e IT, ma danneggia anche quelle che operano nel turismo, nel commercio e nella comunicazione.

Lo stesso rapporto riconosce comunque all’Italia alcuni miglioramenti, soprattutto in termini di disponibilità delle reti NGA (Next Generation Access). Tuttavia, viene evidenziato come “gli scarsi risultati in termini di competenze digitali” possano causare un’ulteriore frenata nello “sviluppo dell’economia e della società digitali”. Per Simone Bonannini, amministratore delegato di Interoute Italia, la situazione non è però così critica. Come spiegato durante un’intervista con Enrico Pagliarini su Radio24, Bonannini respinge con forza l’idea che l’Italia sia un Paese arretrato a causa della mancanza di domanda di banda larga e di servizi digitali: al contrario, la domanda c’è e recentemente si è iniziato a soddisfarla, anche grazie all’intervento diretto del Governo.

Sempre secondo Bonannini, l’Italia non soffrirebbe nemmeno di un problema culturale, dal momento che in Francia e in Spagna, Paesi culturalmente paragonabili al nostro, la disponibilità di collegamenti in fibra ottica è decisamente più capillare. Il vero problema, prosegue, sarebbe quindi legato a una mancanza di forza economica da parte degli operatori privati italiani per sostenere la trasformazione tecnologica del Paese e i costosi investimenti necessari per la piena diffusione delle infrastrutture in fibra ottica che già servono per il 4G e che saranno assolutamente necessarie per il 5G.

In futuro, spiega Bonannini, la rete fissa vedrà crescere ulteriormente la propria importanza, tanto che già ora numerosi operatori mobili hanno fatto il loro ingresso in questo settore e messo a disposizione dei propri clienti un’offerta unica per traffico voce, linea fissa per Internet e connettività mobile. In questo senso una rete pubblica, capillare, in fibra ottica è la soluzione a cui il nostro paese deve fortemente guardare.

 


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